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Sabato, 25 Agosto 2012 11:50

PAOLO CANCIANI VEDUTISTA

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RASSEGNA MOSTRE

PALAZZO SCOTTI – TREVISO

 

PRESENTAZIONE DEL PITTORE PAOLO CANCIANI

 

“IL MIO VENETO”

 

L’evento al quale partecipiamo questa sera è certamente un momento di grande importanza per l’artista, questa è la sua prima mostra personale di così ampia produzione e di così rilevante evidenza mediatica.

Paolo Canciani non è certamente uomo da mass media, è una persona tanto schiva, quanto laboriosa; tanto lontano dalla competizione dei premi e dalla pubblicità, quanto addentro alla comprensione della realtà nei minimi dettagli.

 

La sua è una storia artistica lontana dalle accademie e dalle scuole, è tutta all’interno della sua vita a partire dall’infanzia. Ci troviamo di fronte a una personalità di pittore non usuale.

Solitamente ci si trova di fronte a artisti che hanno una loro provenienza accademica, sono stati a scuola da maestri, o quanto meno si sono ispirati a certe scuole.

Il caso di Paolo Canciani è piuttosto atipico. Lui ha cominciato a cimentarsi con i colori e la tela già da bambino, e la sua più grande ispirazione è stata la rappresentazione dell’acqua in tutte le sue infinite sfumature.

Lui ricorda ancora con nostalgia le gite in bicicletta che faceva col papà negli anni 60 alla spiaggetta di Tessera, quando molti dalla terraferma mestrina andavano al mare di casa proprio di fronte alle barene dove stavano costruendo l’aeroporto Marco Polo.

 

È curioso iniziare a raccontare la vita dell’artista invece di addentrarsi nelle sue tele per tentare di catturare la delicata e suggestiva vena narrativa. È invece necessario, proprio perché la maturazione dell’artista ha un suo percorso di grande impatto emotivo e noi riusciamo a coglierlo solo se lo seguiamo nella sua maturazione.

Per esempio, a 10 anni ha vinto un primo premio in una mostra a San Giuliano, alla periferia di Mestre, verso Venezia.

Un altro dato caratteristico dell’artista è la sua provenienza professionale, per alcuni anni ha fatto il carrozziere, attività che gli ha consentito di apprendere, e di impadronirsi, delle tecniche di miscelazione dei colori di base, per raggiungere tutte le sfumature coloristiche che oggi vediamo rappresentate con grande maestria nelle sue tele.

Ecco illustrata in sintesi la provenienza culturale e artistica di Paolo Canciani, che possiamo ancor di più caratterizzare affermando la sua assoluta indipendenza da qualunque scuola, il suo essere pittore nel senso estremo della parola, avendo iniziato da bambino la sua confidenza con colori e paesaggi, infine, il suo amore per l’acqua in tutte le sue manifestazioni naturalistiche e che vedremo tra poco andando a gustare le sue tele.

 

Il titolo della mostra, “IL MIO VENETO”, è quanto mai suggestivo per un artista che ha le sue origini in Venezia e che sta passando la sua maturità nella campagna trevigiana. Ambedue queste realtà territoriali sono molto correlate con l’acqua, Venezia perché vi è costruita e la Marca trevigiana perché ne è percorsa fittamente da fiumi, da canali e, addirittura, da risorgive superficiali.

Quindi niente di più facile per il nostro artista trovare gli stimoli per le sue ispirazioni pittoriche, dal momento che i due temi fondamentali della mostra  traggono origine proprio da questi scenari paesaggistici.

Da una parte Venezia, gli angoli nascosti della città, quelli più ameni e suggestivi, dall’altra gli scorci della Treviso delle acque e delle campagne feconde, ricche di alberi e di coltivazioni.

 

Entriamo quindi nel tema del Veneto, il nostro Veneto, la nostra terra amata e vissuta in profondità per la ricchezza della sua storia e delle sue originalità antropologiche e culturali. 

MIO VENETO PICCOLO

   MIO VENETO

 

Campagna amica mia

dai fuochi sui campi nebbiosi

di tralci potati da viti inesauste

mio Veneto mia terra

laborioso e solerte

ferace e fedele

gioioso ed arguto

generosa e mai stanca

questa mia terra amata

ti guardo dal treno

e mi mandi emozioni

ricordi vissuti con te

tenera amante

di corse sfrenate

di cime salite

di guadi nascosti

al tramonto che manda

gli ultimi slanci di un sole velato

una stretta al cuore

nostalgia di un’attesa

ma c’è un focolare.

 

Questi versi che ho avuto modo di scrivere proprio pensando alla nostra terra, credo si sposino in modo coerente con le ispirazioni di Paolo Canciani, e sono un canto solenne e delicato insieme, ispirato alla dolcezza del paesaggio e al modo in cui lo vivono artisti e poeti.

 

Treviso è una città che si impone per la sua atmosfera leggiadra e sensuale, per la cordialità degli abitanti, per la riposante quiete delle sue vie, a volte strette, per i giardini fioriti e per i monumenti che denotano uno splendido passato.

A Treviso c’è una dolcezza del vivere da retroterra lagunare che echeggia perfino nei rintocchi delle campane meno assordanti e più languidi che altrove.

Il grande poeta Francesco Petrarca, di Treviso, ebbe a definirla “la bella contrada”, a causa delle sue acque e della sua gente, aperta e cordiale. Un altro poeta, Fazio degli Uberti, innamorato della bellezza della città e delle sue donne così si esprimeva: “Che di chiare fontane tutta ride”.

Il tema dell’acqua è presente da sempre come motivo di ispirazione poetica e pittorica negli artisti, che vedono in Treviso una città che aiuta alla riflessione e alla gioia contemporaneamente. Quest’acqua che scorre intorno alle mura e tra le case, lungo i viali periferici e attraverso le contrade del centro, che si insinua fin sotto i portici silenziosi, gorgogliando in un fruscio che manda messaggi di quiete e di pace al passante attento e curioso.

Anche Dante ricorda la nostra città proprio parlando delle acque nel famoso verso “dove Sile e Cagnan s’accompagna”.

 

Ecco, queste sono le ispirazioni portanti che devono guidare l’occhio e l’anima di tutti voi che siete qui questa sera per assaporare gli scorci paesaggistici della pittura di Paolo Canciani quando rappresenta la capitale della Marca e i suoi dintorni.

Analogamente possiamo tentare qualche riflessione sulle tele ispirate alla Venezia nascosta, quegli angoli della città lagunare che raramente riusciamo a fermare nei nostri occhi, tanto sono presi dalla maestosità dei palazzi circostanti o dalla confusione delle frotte dei turisti vocianti. Anche in questa parte della mostra la grande maestria dell’artista si fa presente in tutta la sua finezza e potenza espressiva.

La bella Venezia, nascosta tra calli e campielli e rii dai nomi tanto strani quanto fantasiosi e di difficile comprensione per un foresto, questa è la Venezia del nostro pittore.

Vorrei tentare con un po’ di versi descrivere qualche emozione per potervela comunicare:

 

 GONDOLIERE PICCOLO

 

 Arte a Venezia

 

Non sono passate lontane

inutilmente le stagioni

mentre la nebbia trasforma

i contorni degli occhi e dei visi

donna lontana di memorie

di dialoghi lungo le calli

tra le malte cadenti

lo sciabordio dei remi nei rii

il tic tac frettoloso di ignari passanti

ti guardo ancora negli occhi

donna dalle diafane attese

e sogno

con te sui gradini sull’acqua

seduti davanti alla chiesa

vertigine immensa dell’arte

immersi soli dentro di noi.

 

Immaginate, quindi, di essere lì a Venezia, voi, magari soli a meditare sugli scorci cadenti e nascosti di questa città misteriosa e unica.

C’è uno stretto legame tra quanto osserviamo con i nostri occhi e quello che abbiamo dentro alla nostra mente in quel momento, quando ci si presenta una visione come quella descritta e quando vi trovate davanti a una tela del nostro Canciani.

Vedete, le emozioni che noi viviamo di fronte alle rappresentazioni artistiche sono strettamente correlate al nostro vissuto, a tutto quello cui rinvia e rimanda quella visione nella nostra esistenza.

Quando parliamo di arte a Venezia non possiamo separare questi due modelli interpretativi, la pittura da una parte e la poesia dall’altra.

Mi piace in questo contesto citare almeno un paio di poeti veneziani che molto hanno avuto a che fare con i pittori. In particolare Diego Valeri e Mario Stefani. Di Mario sono stato grande amico.

Ecco, vedete, la pittura raffinata e romantica di Paolo Canciani, vedutista veneziano e trevigiano, non può prescindere dalla poesia.

Le sue opere sono intrise di messaggi poetici che ai più dovrebbero trasmettere delle emozioni particolari e vivissime.

 

Di fronte alla bellezza di certi scorci veneziani o dei paesaggi trevigiani, non si può non farsi prendere da un senso di nostalgia profondo che sfocia nella commozione.

Ricordo che nell’osservare un’opera d’arte non si può prescindere dall’artista e dalla sua storia.

Non ha senso l’analisi estetica e esegetica di un’opera d’arte se non si conosce chi l’ha partorita.

 

Vorrei portare la vostra attenzione su questi aspetti che attengono alla metacomunicazione dell’opera d’arte. Non possiamo fermarci ad osservare l’opera e accontentarci di quello che a noi piace o non piace, molte volte è indispensabile tentare uno sforzo interpretativo per andare al di là della rappresentazione che vediamo, per chiederci cosa l’artista abbia voluto comunicare con la sua opera.

 

Questo è il bello delle mostre. Ci consentono di parlare con l’artista dopo aver tentato di capire il messaggio. Ecco perché parlo di metacomunicazione.

 

Come presentatore di Canciani ho tentato di fare questo sforzo interpretativo e mi sento di darvene conto in un cenno. Lascio a voi il resto dell’analisi nei vostri colloqui con l’artista.

Secondo me, quanto emerge dalle opere dell’artista è un amore smisurato per la natura e per la storia della nostra terra. Canciani è un veneto, e nella antropologia culturale dei Veneti è radicato nel DNA il senso di appartenenza ad una storia, ancora attuale, ricca di laboriosità  e di solidarietà.

Potrei riandare nel tempo lontano, all’epoca di Roma e del suo impero, quando Plinio il Vecchio raccontava nelle sue cronache cosa avevano proposto i Veneti all’imperatore. I Veneti a Roma avevano proposto all’imperatore che in cambio della rinuncia a far parte delle legioni, loro si facevano carico della manutenzione delle vie consolari, la Annia, la Claudio-Augusta, la Postumia; si sarebbero occupati della manutenzione dei cavalli della posta e dell’alimentazione dei corrieri. Ma non la guerra!!

Ecco un semplice scorcio storico che ci permette di entrare meglio nella nostra dimensione antropologica. I Veneti sono amanti della pace, degustatori della natura, lavoratori infaticabili e ordinati, ma soprattutto governa questo impianto antropologico la solidarietà.

 La poetica che traspira dalle tele del Canciani  è proprio questa. Nelle sue rappresentazioni metafotografiche bisogna cercare questi elementi di carattere antropologico-strutturale che veicolano messaggi di grande pulizia interiore, il segno minuzioso e pignolo dei suoi tratti coloristici lo mettono bene in evidenza.

La capacità di imprimere la realtà è supportata da un’eccellente tecnica che gli consente di usare i pennelli più piccoli per cogliere ogni lieve sfumatura, che entra nella tela come spazio razionale, senza lasciare scampo alla divagazione fantastica.

 

Ora, non voglio stupirvi, desidero solo farvi riflettere su di un aspetto della vita di un artista pittore e delle sue creazioni, che nessuno prende mai in considerazione in una presentazione.

Traggo lo spunto per queste riflessioni dalle considerazioni di un celebre filosofo francese morto, quasi centenario, nel 2005: Paul Ricoeur.

Ho avuto modo di conoscerlo a Venezia, dieci anni fa, durante una sua conferenza all’Università, e mi ha colpito la sua profondità spirituale e la sua ricchezza d’animo, sul tema della morte. Ricoeur è stato un grande filosofo cattolico.

Ebbene, vorrei tentare di fare a voi questa riflessione sui temi della vita dell’artista e delle sue opere.

La vita può essere immaginata come un’espressione tra due parentesi, una aperta con la nascita, e una chiusa con la morte, e rappresenta un tempo storico. Ma questa parentesi non racchiude il tempo dell’opera creata dall’artista, che procede nel suo durare nel tempo, ignorando la morte.

 

Pensate a qualche artista che conoscete e che non vive più, che so, Canaletto, Guardi, Favretto, sono tutti nomi propri che designano due distinti referenti: il nome proprio dell’opera (di un quadro si dice è un Canaletto) ed è un nome immortale, non è scomparso con il pittore che l’ha creata; e il nome dell’esistente, dell’artista, del creativo che ha dipinto quell’opera in quel tempo, ed è un tempo che non c’è più.

 

Ecco, è interessante e stimola la curiosità dell’estimatore, dell’osservatore attento, questa dissociazione temporale, tra il tempo dell’opera e il tempo dell’artista che fino a un certo punto si erano sovrapposti.

Il tempo immortale dell’opera dà un significato straordinario al tempo dell’artista. Ci apre tutta una serie di immagini, come in una sequenza cinematografica, nelle quali vediamo l’artista impegnato nelle sue opere, nel suo cammino evolutivo, dall’apprendistato giovanile alla perfezione della maturità.

 

Ecco, la bellezza e l’originalità del tempo di Paolo Canciani che oggi incontriamo in questa mostra antologica. In questi giorni durante i quali la Mostra sarà aperta sarà un bel vedere e un bel gustare da parte dei visitatori, che potranno fruire con calma questi angoli di Veneto così suggestivi e emozionanti.

Per Paolo il tempo della realizzazione non subisce battute d’arresto, partecipa ancora ai tormenti e alle gioie della creazione, come in questo crepuscolare autunno inoltrato quando la luce particolare e le ombre delicate e soffuse incitano l’artista a cogliere le sfumature che altrimenti non sarebbe possibile rappresentare sulla tela.

 

Vorrei concludere questa presentazione dell’artista Paolo Canciani con un breve ma significativo motivo, quasi un contrappunto sinfonico nell’insieme delle tele esposte qui questa sera. Vorrei dedicarlo a Venezia e a Paolo che di questa città è il primo violino questa sera.

TREVISO 2 PICCOLO

 

 

 

 

 

 

 

 

Come si fa

continuare così

senza emozioni

brividi

incontri furtivi

tra le calli e le corti

di questa Venezia

ormai sazia di tutto

ma non io

mai sazio

ti cerco ancora

e scruto tra i visi fuggenti

due occhi

due perle d’acqua marina

fuggire nell’isola

la dolce risacca

a far ninna nanna

trastulli eterei

come murrina.

 

Grazie e buona visione.

 

 

 

 

Letto 4655 volte Ultima modifica il Giovedì, 04 Ottobre 2012 21:18

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