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Giovedì, 29 Maggio 2014 15:49

25° CONGRESSO DEGLI AMICI DI TERRA SANTA

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1° GIUGNO 2014 CONVENTO DELLA CHIESA VOTIVA – COMMISSARIATO DELLA CUSTODIA FRANCESCANA DI TERRA SANTA

LOCANDINA CONGRESSO

I PONTEFICI DI ROMA E LA TERRA SANTA. SECONDA PARTE

Papa Benedetto XVI messaggero di riconciliazione nelle terre di Gesù dopo la lezione di Regensburg.

8 – 15 maggio 2009

Sono convinto che non si possa parlare, in modo adeguato, del pellegrinaggio di Papa Ratzinger nei Luoghi di Gesù se non si inizia dall’evento che lo ha portato sulla scena mediatica in modo drammatico, quando il 12 settembre 2006 ha tenuto una relazione al corpo accademico dell’Università di Regensburg in Germania, provocando notevoli manifestazioni di piazza tra i musulmani in tutto il mondo. Ci furono assalti a chiese e ambasciate e anche qualche omicidio.

Queste conseguenze drammatiche hanno confermato, ove ce ne fosse ancora bisogno, che l’ideologia islamica ha il germe della violenza proprio nel pensiero religioso mutuato dalla legge coranica.

Cosa aveva detto Benedetto XVI di così grave da suscitare la reazione violenta alla sua lezione accademica?

In quella occasione il Papa aveva citato un famoso brano riportato dall’imperatore di Costantinopoli, Manuele 2° Paleologo (1348 – 1425), nel suo libro “I dialoghi con un persiano”, libro dimenticato da molti intellettuali cattolici, ma conosciuto da tanti studiosi di Storia delle religioni.

Il libro riporta dei ragionamenti tra un sapiente musulmano, di origine persiana, e l’imperatore stesso, intorno alle caratteristiche fondamentali delle due religioni: la cristiana e la musulmana, e l’imperatore aveva fatto presente, mettendolo in dubbio, come potesse essere una buona religione, quella musulmana, che ha visto il suo profeta Maometto macchiarsi del sangue dei nemici, ebrei in particolare.

Probabilmente, il culmine dell’argomentare di Manuele II si trova nell’espressione: «Il non agire secondo ragione è alieno da Dio» (VII, 3). Questa convinzione accompagna certamente l’intera tradizione cristiana da sempre; la sua concettualizzazione, comunque, trova terreno fecondo ai tempi di Alberto Magno e Tommaso d’Aquino. Non è il caso di far riferimento ai testi di Agostino o di Anselmo in proposito. Non è questa la sede.

Ricordo che la riflessione del Papa ai docenti dell’Università di Regensburg, dove lui aveva insegnato da giovane sacerdote, riguardava la ragionevolezza della fede religiosa, e che non si poteva certamente ritenere ragionevole una fede religiosa, come la islamica, che prevedeva di dare la morte ai civili con i kamikaze, e ai musulmani che cambiavano religione, con la lapidazione.

Ragione e fede devono riprendere inevitabilmente il loro cammino comune. Benedetto XVI, a più riprese, ha ribadito che questa strada non solo permette al cristianesimo di essere fecondo nella via dell’evangelizzazione, ma consente anche ai non credenti di accogliere il messaggio di Gesù Cristo, come ipotesi carica di senso e decisiva per l’esistenza.

L’originalità del Cristianesimo sta tutta nella risposta che Gesù dà nel Cap. 14 di Giovanni: “Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?».Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta».Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere. Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse”.

Ecco, questa è la sostanza del credo cristiano, e questo ci serve per immergerci nel significato storico e pastorale del pellegrinaggio di papa Benedetto XVI.

Per gustare dentro al nostro cuore tutta la spiritualità del Papa ho ritenuto di partire dalla fine del suo itinerario.

Al ritorno dalla sua visita in Terra Santa Benedetto XVI  ha fatto la sintesi della sua esperienza affermando che il suo è stato il pellegrinaggio per eccellenza alle sorgenti della fede; e al tempo stesso una visita pastorale alla Chiesa che vive in Terra Santa: una Comunità di singolare importanza, perché rappresenta una presenza viva là dove essa ha avuto origine.

La visita di Benedetto XVI in Terra Santa è carica d'importanza storica e spirituale.

Le sue parole per la Terra Santa sono parole di sostegno e incoraggiamento per chi cerca la pace, per chi cerca unità, e per chi cerca la forza di non abbandonarla.

Papa a gerusalemme

 Papa Benedetto XVI in preghiera al Santo Sepolcro

 “La Chiesa in Terra Santa, che ben spesso ha sperimentato l’oscuro mistero del Golgota, non deve mai cessare di essere un intrepido araldo del luminoso messaggio di speranza che questa tomba vuota proclama. Il Vangelo ci dice che Dio può far nuove tutte le cose, che la storia non necessariamente si ripete, che le memorie possono essere purificate, che gli amari frutti della recriminazione e dell’ostilità possono essere superati, e che un futuro di giustizia, di pace, di prosperità e di collaborazione può sorgere per ogni uomo e donna, per l’intera famiglia umana, ed in maniera speciale per il popolo che vive in questa terra, così cara al cuore del Salvatore”.

Così Benedetto XVI incoraggia i presenti che lo ascoltano davanti alla Tomba vuota, quella stessa "che cambiò la storia dell'umanità".

Un viaggio, insomma, nel segno della fede e della speranza.

La Pace nel segno di San Francesco. Più di una volta il Sommo Pontefice ha ringraziato i frati della Custodia per il lavoro svolto in Terra Santa. Egli ha riconosciuto il ruolo dei frati come componente necessaria a costruire la pace, ricordando a tutti che San Francesco stesso è stato un "grande apostolo della pace e della riconciliazione".

Mai più spargimento di sangue! Mai più massacri! Mai più terrorismo! Mai più guerra! Spezziamo invece il circolo vizioso della violenza»: è il grido di Ratzinger.

sinodo dei vescovi medio oriente 3

 

Fra Pierbattista Pizzaballa o.f.m., responsabile della Custodia Francescana di Terra Santa

Passiamo, ora, in rassegna alcuni passi significativi di questo pellegrinaggio papale. Sul volo che da Roma lo porta ad Amman, Benedetto XVI dice ai giornalisti: «Cerco di contribuire per la pace non come individuo ma in nome della Chiesa cattolica e della Santa sede. Noi non siamo un potere politico ma una forza spirituale e questa forza spirituale è una realtà che può contribuire per i progressi nel processo di pace».

Papa Ratzinger sull'aereo parla anche della necessità di un dialogo a tre, che coinvolga le grandi religioni abramitiche, «nonostante la diversità delle origini».

«Abbiamo radici comuni – dice – il cristianesimo nasce dall’Antico Testamento e la scrittura del Nuovo Testamento senza l’Antico non esisterebbe. Ma anche l’islam è nato in un ambiente dove era presente sia la legge dell’ebraismo sia diversi rami del cristianesimo, e tutte queste circostanze si riflettono nella tradizione coranica così che abbiamo insieme tanto dalle origini e nella fede nell’unico Dio». Dunque «è importante» avere anche il «dialogo trilaterale». «Io stesso – ricorda – ero cofondatore di una fondazione per il dialogo tra le tre religioni».

All’aeroporto di Amman, il Pontefice è accolto con grande simpatia dal re Abdullah II e dalla regina Rania. Nel primo discorso in terra giordana, Benedetto XVI ringrazia il sovrano ashemita per la libertà religiosa di cui gode la minoranza cristiana, che qui può costruire liberamente i suoi luoghi di culto: il Papa benedirà sul luogo del battesimo di Gesù le prime pietre di alcune nuove chiese.

«La libertà religiosa è certamente un diritto umano fondamentale ed è mia fervida speranza e preghiera che il rispetto per i diritti inalienabili e la dignità di ogni uomo e di ogni donna giunga ad essere sempre più affermato e difeso, non solo nel Medio Oriente, ma in ogni parte del mondo». Ratzinger esprime il suo «profondo rispetto per la comunità musulmana», ricordando le iniziative che favoriscono «un’alleanza di civiltà tra il mondo occidentale e quello musulmano, smentendo le predizioni di coloro che considerano inevitabili la violenza e il conflitto».

il principe di giordania e benedetto xvi

 

Papa Benedetto XVI e il principe Ghazi bin Muhammad Bin Talal

Il 9 maggio Benedetto XVI, dopo aver benedetto la prima pietra della nuova università cattolica del patriarcato latino, entra nella moschea «Al Hussein bin-Talal» di Amman, accolto dal principe Ghazi Bin Muhammad Bin Talal, cugino di re Abdullah II e ispiratore della lettera dei 138 intellettuali che avevano aperto un dialogo con il Vaticano dopo il discorso di Ratisbona del 2006. Insieme visitano il museo annesso, dov’è conservata la lettera di Maometto, scritta su pelle di gazzella, inviata all’imperatore Eraclio I di Bisanzio per chiedergli di convertirsi all’islam. Nel grande atrio, antistante la sala di preghiera, Ghazi, personalità carismatica, rivolge al Pontefice parole che intendono chiudere ogni malinteso e aprire una stagione nuova di collaborazione e di dialogo. Elogiando Ratzinger per il suo «coraggio morale» di parlare secondo coscienza, senza seguire «le mode del giorno», come ad esempio nel caso della liberalizzazione della messa tridentina. Nel rispondergli, il Papa fa notare come «spesso, sia la manipolazione ideologica della religione, talvolta a scopi politici, il catalizzatore reale delle tensioni e delle divisioni e non di rado anche delle violenze nella società».

Nel suo primo discorso in Israele Benedetto XVI chiede anche una pace giusta che ponga fine al conflitto israelo-palestinese e una patria «all’interno di confini sicuri» per entrambi i popoli. Non pronuncia la parola «Stati», parla di «patria» (homeland nel testo originale inglese) ma il senso della frase è sicuramente quello. «Supplico quanti sono investiti di responsabilità – aggiunge il Papa – ad esplorare ogni possibile via per la ricerca di una soluzione giusta alle enormi difficoltà, così che ambedue i popoli possano vivere in pace in una patria che sia la loro, all’interno di confini sicuri ed internazionalmente riconosciuti».

Il presidente Simon Peres aveva salutato Benedetto XVI parlandogli in latino: «Ave Benedicte princeps fidelium, qui visitat Terram Sanctam hodie». E gli aveva detto che in Israele le diverse comunità religiose sono libere di professare il loro credo e tutelate. Il Papa insiste su questo: «È mia fervida speranza che tutti i pellegrini ai luoghi santi abbiano la possibilità di accedervi liberamente e senza restrizioni, di prendere parte a cerimonie religiose e di promuovere il degno mantenimento degli edifici di culto posti nei sacri spazi».

Nel pomeriggio, la visita allo Yad Vashem, il memoriale della Shoah. Benedetto XVI parla sottovoce, è raccolto, concentrato, teso, Papa Ratzinger, mentre ravviva la fiamma che arde perennemente nella sala, mentre depone una corona di fiori bianchi e gialli o ascolta la struggente preghiera cantata dal rabbino per commemorare i martiri ebrei.

Il discorso pronunciato sottovoce dal Papa tedesco è intessuto di pudore e di rispetto. «Sono qui per soffermarmi in silenzio davanti a questo monumento eretto per onorare la memoria dei milioni di ebrei uccisi nell’orrenda tragedia della Shoah». Persone che «persero la propria vita, ma non perderanno mai i loro nomi», perché essi sono «incisi nei cuori dei loro cari», sono «incisi nei cuori» di chi non vuole permettere mai più «un simile orrore», sono incisi «in modo indelebile nella memoria di Dio».

    

Il pellegrinaggio di Ratzinger in questa regione è riuscito bene. Si trattava forse della trasferta più difficile del suo pontificato. Il Papa doveva parlare ai cristiani, che lo avevano inizialmente sconsigliato di venire, dato il momento particolarmente difficile che si trovano a vivere e la delicatezza del quadro politico; doveva parlare agli ebrei dopo i mesi difficili del caso del vescovo negazionista Williamson (dopo la revoca della scomunica e le polemiche del gennaio 2009); doveva parlare ai musulmani chiudendo definitivamente le polemiche suscitate dalla lezione di Regensburg (2006) Benedetto XVI è riuscito a dire tutto ciò che aveva da dire e che andava detto con chiarezza dalla Santa Sede, evitando ogni possibile trappola sul suo cammino.

Ha parlato ai cristiani, invitandoli a non abbandonare la Terrasanta, incitandoli a resistere, come elemento insostituibile di pacificazione e unità in una realtà lacerata dall’odio e dai conflitti. Ha parlato al mondo ebraico e allo Stato d’Israele, senza farsi strumentalizzare come più d’uno temeva alla vigilia: ha pronunciato parole forti contro l’antisemitismo; al memoriale dello Yad Vashem ha mandato un messaggio chiarissimo a chi nega o sminuisce la Shoah. Con lucidità e coraggio Ratzinger, proprio nell’occasione più delicata del viaggio, la visita al memoriale dell’Olocausto, ha voluto ricordare che la Chiesa si schiera oggi accanto a quanti soffrono persecuzioni a causa della razza, del colore, della condizione di vita o della religione. Ad Israele ha spiegato che la sicurezza non può essere mai disgiunta dalla giustizia e dal rispetto dei diritti umani di tutti.

Ma altrettanto significativo e interessante è anche il messaggio riguardante l’islam e il dialogo tra le religioni. Smentendo quanti hanno cercato di arruolarlo nella schiera dei sostenitori dello scontro di civiltà, Ratzinger si è presentato infatti come paladino dell’«incontro di civiltà» e del dialogo con le religioni, a cominciare dall’islam.

È necessario chiudere questa breve sintesi ripartendo da dove avevo iniziato il mio argomentare riguardo alla lezione tenuta da papa Benedetto XVI a Regensburg, per mettere in evidenza quale sia l’approccio corretto nella costruzione del dialogo con l’Islam.

Innanzitutto esplicitare in modo inequivocabile la Verità contenuta nelle rispettive scritture: Vangelo e Corano. Papa Benedetto XVI ha avuto il coraggio di denunciare il fatto che non può esistere ragionevolmente un dio che ordini di uccidere i credenti di altre religioni. L’effetto della denuncia ha sì provocato reazioni scomposte alimentate dal sistema mediatico delle agenzie di stampa, ma ha anche provocato la riflessione di molti studiosi e religiosi islamici che sotto lo stimolo del principe ereditario di Giordania Ghazi Bin Muhammad Bin Talal hanno scritto una lettera molto bella al Papa dando avvio a una cooperazione tra le due religioni per la mutua conoscenza. Questa iniziativa si va realizzando con incontri periodici e c’è la volontà di arrivare a un punto di riconoscimento reciproco delle proprie radici per mettere in comune quanto può essere messo con lo scopo primario di costruire una umanità più libera, più aperta, più solidale.

APPUNTO SULLA LEZIONE DI REGENSBURG.

Papa: Fede e ragione per sfuggire alla violenza e al suicidio dell' Illuminismo

Nel settimo colloquio (dialexis – controversia) edito dal professore Theodore Khoury (Münster) del dialogo che il dotto imperatore bizantino Manuele II Paleologo, forse durante i quartieri d'inverno del 1391 presso Ankara, ebbe con un persiano colto su cristianesimo e islam e sulla verità di ambedue, l'imperatore tocca il tema della jihād (guerra santa). Sicuramente l'imperatore sapeva che nella sura2, 256 si legge: "Nessuna costrizione nelle cose di fede". È una delle sure del periodo meccano iniziale in cui Maometto stesso era ancora senza potere e minacciato. Ma, naturalmente, l'imperatore conosceva anche le disposizioni, sviluppate successivamente e fissate nel Corano, circa la guerra santa. Senza soffermarsi sui particolari, come la differenza di trattamento tra coloro che possiedono il "Libro" e gli "increduli", egli, in modo sorprendentemente brusco, si rivolge al suo interlocutore semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo: "Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava". L'imperatore spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell'anima. "Dio non si compiace del sangue; non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell'anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia… Per convincere un'anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte…".

L'affermazione decisiva in questa argomentazione contro la conversione mediante la violenza è: non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio.

Letto 3092 volte Ultima modifica il Giovedì, 29 Maggio 2014 16:31

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