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Giovedì, 29 Maggio 2014 15:08

25° CONGRESSO DEGLI AMICI DI TERRA SANTA

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1° GIUGNO 2014 CONVENTO DELLA CHIESA VOTIVA – COMMISSARIATO DELLA CUSTODIA FRANCESCANA DI TERRA SANTA

I PONTEFICI DI ROMA E LA TERRA SANTA. PRIMA PARTE

GIOVANNI PAOLO II PELLEGRINO IN TERRA SANTA: DALLA TERRA DEI MARTIRI DI AUSCHWITZ A QUELLA DEI PROTOMARTIRI CRISTIANI.

20 – 26 marzo 2000

Desidero iniziare questa mia breve relazione sul pellegrinaggio di Giovanni Paolo II ricordando un pensiero di san José Maria Escrivà, fondatore dell’Opus Dei, famiglia religiosa cui il pontefice era particolarmente legato. La mia decennale collaborazione con mons. Antonio Mistrorigo proprio qui a Treviso, mi ha consentito di ascoltare con commozione e interesse le confidenze che il Papa faceva al nostro carissimo fondatore degli Amici di Terra Santa e sul grande interesse che nutriva per questa nuova e originale prelatura, durante le sei estati passate nel castello di Mirabello a Lorenzago di Cadore. Monsignor Antonio me ne parlava con entusiasmo, perché all’epoca ero un cooperatore dell’Opus Dei a Venezia e quindi c’era una intesa profonda tra noi due quando affrontavamo i nostri  programmi di conferenze.

San José Maria diceva: “Cerca, trova, ama Gesù. Se queste parole si imprimono nel tuo cuore avrai un profondo desiderio di vedere la Terra Santa, perché qui vieni a trovare Cristo, qui trovi dove è stato, e il tuo amore per Lui sarà più profondo”.

Il nostro santo pontefice passato, ormai, alla storia come il più grande degli apostoli e dei missionari è destinato a rimanere un esempio da imitare nei secoli sul come andare per il mondo a testimoniare Gesù Cristo e il suo insegnamento.

Una delle caratteristiche peculiari che risaltano di questo Papa è la sua «spiritualità geografica». Giovanni Paolo II, infatti, aveva parlato di questa sua dimensione qualche anno prima, con alcuni giornalisti in aereo. «Il Papa deve avere una geografia universale [...] Io vivo sempre in questa dimensione spostandomi idealmente lungo il globo. Ogni giorno c'è una geografia spirituale che percorro. La mia spiritualità è un po' geografica»

I «luoghi santi», per i cristiani, sono qualcosa di originale. Per il cristiano ogni luogo è santo: «Dio è ugualmente presente in ogni angolo della terra, sicché il mondo intero può considerarsi 'tempio' della sua presenza» ribadiva il Papa nel suo argomentare. Gesù aveva detto alla Samaritana, che gli chiedeva su quale monte adorare Dio, che il Padre cerca adoratori in «spirito e verità»: «Né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre» (Gv 4,21). Il nuovo tempio è Gesù. Ma la salvezza cristiana ha innegabilmente una storia e una geografia: «La concretezza fisica della terra e le sue coordinate geografiche fanno tutt'uno con la verità della carne umana assunta dal Verbo» affermava Giovanni Paolo II. Ci sono luoghi della memoria di Dio. Questa è la visione cristiana del luogo santo: il pellegrino li visita per ricordare e venerare le orme di Dio. Per questo Giovanni Paolo II è voluto andare in Terra Santa. Non certo per rivendicare il suo carattere cristiano. Anzi, nei suoi scritti, ribadisce di nuovo la condanna delle crociate. Il modello di pellegrinaggio di Giovanni Paolo II è quello di Francesco d'Assisi.
Bisogna ritornare alla testimonianza del santo di Assisi, grande viaggiatore nel mondo del suo tempo, che volle varcare tutte le frontiere, anche quelle che sembravano più impenetrabili, come i confini dell'islam, allora considerato l'«impero del male». Francesco, voleva recarsi in Terra Santa e capì che si doveva trovare un rapporto nuovo con l'islam, diverso dalla guerra santa e dalle crociate. Fu una grande intuizione evangelica, rivoluzionaria politicamente e culturalmente. Francesco parlò ai musulmani e il suo vangelo in Egitto fu un pellegrinaggio di pace. Il dialogo interreligioso ha in Francesco un esempio intramontabile.

Giovanni Paolo al muro del pianto

Papa Giovanni Paolo II mentre prega al Muro del Pianto a Gerusalemme il 26 marzo 2000


Giovanni Paolo II ha guardato ai figli di san Francesco e ai cristiani d'Oriente come ai fedeli che hanno voluto «interpretare in modo genuinamente evangelico il legittimo desiderio cristiano di custodire i luoghi in cui affondano le nostre radici spirituali». I luoghi santi con la testimonianza della povertà francescana e della liturgia d'Oriente sono stati due potenti strumenti per lo sviluppo della spiritualità del pellegrinaggio. Giovanni Paolo II si connette a questi due grandi filoni della spiritualità cristiana. Egli è andato in Terra Santa con lo spirito di Francesco e con grande amore per i cristiani d'Oriente. Verso di loro c'è un grande desiderio di unità, che si concretizza in una proposta che il Papa fa con un tono sommesso e fraterno: «Sarei felice - egli affermava - se insieme potessimo radunarci nei luoghi della nostra origine comune, per testimoniare Cristo nostra unità e confermare il reciproco impegno verso il ristabilimento della piena comunione».
Le divisioni, all'inizio della storia del cristianesimo, sono nate in Oriente e nel Mediterraneo. Da lì deve venire il segno dell'unità. Il Papa vuole l'incontro con gli altri leader cristiani alla luce dei Luoghi Santi, come un ritorno alla Chiesa indivisa. È il significato dello storico incontro tra Paolo VI e il patriarca ecumenico Athenagoras, proprio a Gerusalemme, all'inizio del cammino ecumenico durante il Concilio Vaticano II. Nei Luoghi Santi, a Ur dei Caldei, patria di Abramo, al Sinai e al monte Nebo, nelle città degli Atti degli apostoli, Damasco e Atene, il Papa pensa di ravvivare l'amore tra i cristiani e il dialogo tra questi, gli ebrei e i musulmani.

Un esempio significativo della feconda eredità lasciata da Giovanni Paolo II in queste terre martoriate dalla violenza e dalle guerre, è stata la recente peregrinazione in Libano della reliquia di san Giovanni Paolo II, la stessa contenente il sangue del Santo che gira il mondo dalla beatificazione del 2010.  Questa del Libano è stata la prima uscita della reliquia dal giorno della canonizzazione. La prima tappa del pellegrinaggio è stata dunque una terra legata “fortemente” a Karol Wojtyla; lui stesso vantava uno stretto legame con il Libano, che per diversi aspetti gli ricordava la Polonia: per la sua storia, per la sua quotidianità, ma soprattutto per il suo essere crocevia di incontro tra varie religioni e culture, con la vocazione al dialogo e alla tolleranza.

Il momento culminante di questa esperienza, è stato l’incontro nel Palazzo del Patriarcato maronita, a Beirut che ha chiuso la tre giorni. L’atrio del Palazzo ha visto un afflusso enorme di gente che voleva rendere omaggio al Santo polacco. Tra questi anche il presidente della Repubblica Michel Sleiman, prossimo alla scadenza, che ha dato il patrocinio  e ha voluto unirsi personalmente all'incontro, e tutti i rappresentanti delle religioni del Libano. Alcuni di loro hanno anche pronunciato dei discorsi, in arabo, sulla figura del Santo: “Un messaggio favorevole molto bello relativamente agli insegnamenti del Pontefice, al dialogo interreligioso, alla tolleranza, all’incontro, ai valori fondamentali”, ha commentato monsignor Slavomir Oder, postulatore della causa di canonizzazione.

“Da che il Libano era l’unico paese della Lega Araba a maggioranza cristiana, oggi la comunità è diminuita”, sottolinea mons. Oder. È tuttavia una comunità “dalla fede viva, autentica, essa però necessita di sostegno, preghiera, segni di solidarietà e vicinanza da parte di tutta la Chiesa”.

In tal senso, un segnale forte sarà il viaggio di Papa Francesco in Terra Santa dal 24 al 26 maggio: “Anche lui, come i suoi predecessori, - osserva il postulatore - vuole dare un segno: da una parte, della nostra comune eredità che ha un suo punto di riferimento nella fede di Abramo, dall’altra, di sostegno per i cristiani che rimangono lì come testimoni dell’evento di Dio che ha scelto quel luogo come terra della sua definitiva Rivelazione in Gesù Cristo”.  

Uno dei momenti che hanno segnato in modo indelebile il pellegrinaggio di Giovanni Paolo II è stata la preghiera al Muro del pianto. Anche se molti commentatori sono rimasti prigionieri della sindrome del «non è mai abbastanza», si è aperta una pagina nuova, sia per i cristiani che per gli ebrei: passare dal dialogo alla riconciliazione.

 

Nessuno dimenticherà mai quel mattino terso a Gerusalemme, quando Giovanni Paolo II, il capo chino e a passi lentissimi, si è avvicinato al Muro del pianto. Ci sono immagini che restano impresse per sempre. Immagini che fanno storia. Quel mattino del 26 marzo il cielo azzurro, che sovrasta la Cupola della roccia e i resti del Secondo Tempio, era stato solcato da un grappolo di palloncini recanti la bandiera palestinese. Qualche elicottero sorvolava i tetti. La città vecchia di Gerusalemme era immersa nel silenzio, che si avverte quando passa l’Angelo della storia. A pochi metri dallo spiazzo sgombro dove si trovava il Pontefice, separati da una cortina di tela, piccoli gruppi di ebrei ortodossi mormoravano le loro preghiere oscillando ritmicamente dinanzi all’antica muraglia. 
Anche Giovanni Paolo II pregava. Solo, solissimo. Massiccio e fragile al tempo stesso. Le spalle incurvate e il viso reso più affilato dall’implosione mistica. Quasi una statua. Un blocco bianco davanti alle pietre grigio argento del muro eretto da Erode. Unica macchia di colore i mocassini rossicci, che sbucavano dalla veste bianca. 
Il grande muro, bagnato dalle lacrime di generazioni di ebrei, Karol Wojtyla l’ha voluto toccare. Le telecamere hanno ritrasmesso in tutto il mondo la sua mano tremante, appoggiata a un grande masso scheggiato. Toccare il muro significa fondersi con duemila anni di storia, toccare ciò che Gesù Cristo ha visto realmente con i propri occhi e sfiorato con le proprie mani. 
Nelle fessure del muro il Pontefice lascia, vergato su pergamena, il mea culpa pronunciato in San Pietro due settimane prima. Lo lascia con la stessa fiducia con cui gli ebrei osservanti affidano alle crepe della muraglia le loro preghiere e speranze scritte su minuscoli bigliettini, che è vietato toccare. «Dio Padre» sta scritto sulla pergamena firmata semplicemente Joannes Paulus «tu hai scelto Abramo e i suoi discendenti per portare il tuo nome alle nazioni. Noi siamo profondamente rattristati per il comportamento di coloro che nel corso dei secoli hanno causato sofferenze ai tuoi figli e, mentre chiediamo perdono, vogliamo impegnarci a vivere in autentica fraternità con il popolo dell’Alleanza». 
Adesso la pergamena è religiosamente custodita nel memoriale di Yad Vashem. 

Papa giovanni paolo 2 e ehud barak

 

Giovanni Paolo II con il premier israeliano Ehud Barak il 21 marzo 2000.

In tutti i discorsi ufficiali da parte ebraica non è mai stato nominato Gesù.

Il viaggio in Terra Santa di Giovanni Paolo II, svoltosi dal 21 al 26 marzo in Giordania, Israele e nei territori dell’Autorità Palestinese, ha rappresentato certamente l’apice delle sue missioni internazionali. In un certo senso, è stata la summa dei suoi pellegrinaggi intorno al mondo. Benché gli aspetti politici siano sotto gli occhi di tutti, sarebbe un errore dimenticare che per Giovanni Paolo II il viaggio è stato più di ogni altra cosa un evento mistico. Il Papa ha vissuto con profonda commozione e trasporto il suo, passaggio la sua sosta, la sua preghiera nei luoghi della nascita, predicazione e passione di Gesù Cristo. C’era già stato, quasi quaranta anni fa da vescovo durante una pausa del Concilio. Ma adesso Karol Wojtyla era lì da successore di Pietro e da servo sofferente, che conduce la Chiesa nel terzo millennio. Il momento culminante di venti anni di pontificato. Raccontano che in certi luoghi è stato difficile strapparlo alla meditazione e riportarlo ai doveri del programma. D’altronde, il suo ritorno al Golgota, letteralmente poco prima di partire per Roma, rivela la sua sete di spiritualità e di condivisione con il mistero dell’Agnello. Il mondo si è piuttosto concentrato su tre aspetti: il conflitto israelo‑palestinese, le relazioni fra Vaticano e Stato d’Israele, i rapporti tra Chiesa cattolica ed ebraismo. 

giovanni paolo 22 e yasser arafat

Giovanni Paolo II e Yasser Arafat presisente dell'Autorità Palestinese.

In ognuno di questi campi Giovanni Paolo II ha dato un impulso. La firma dell’accordo vaticano-palestinese a metà febbraio, resa più solenne da un nuovo incontro di Arafat con Giovanni Paolo II, è parte integrante del suo, pellegrinaggio politico in Terra Santa. Il Vaticano ricorda la cornice internazionale di una giusta pace: rispetto delle risoluzioni delle Nazioni Unite, legittimità dell’aspirazione ad uno Stato palestinese, garanzie internazionali per Gerusalemme, inammissibilità di mutamenti unilaterali dello status della Città santa, definiti inequivocabilmente «moralmente e legalmente inaccettabili». 
Un atto significativo, che ha fissato i paletti e sgomberato il campo dalla necessità che Giovanni Paolo II fosse costretto a sgradevoli puntualizzazioni durante il suo viaggio in Terra Santa. Una volta a Gerusalemme, il Papa si è dunque potuto concentrare su un messaggio di pace, riconciliazione e convivenza. La visita del Pontefice a Betlemme, città sotto bandiera palestinese, ha riaffermato visibilmente l’appoggio del Vaticano alla nascita di uno Stato palestinese e al diritto al ritorno dei profughi sparsi nel Medio Oriente. 
Sul piano dei rapporti bilaterali fra Vaticano e Israele, il viaggio segna indubbiamente il compimento della piena normalizzazione. Lontani e archiviati sono i tempi in cui Paolo VI sembrava imbarazzato di trovarsi sul suolo israeliano, non lo nominava nemmeno e veniva ricambiato da un clima di cortese gelo. Giovanni Paolo II, venuto dalla terra di Auschwitz, stretto da vincoli di amicizia a molti che sono periti o scampati alla fornace dei lager nazisti, ha fortemente voluto l’allacciamento delle relazioni diplomatiche con Israele e non ha mai cessato di levare la voce contro vecchie e nuove forme di antisemitismo. La sua gioia di ritornare nella terra ridiventata dopo secoli patria e focolare degli ebrei era assolutamente sincera. L’incontro con il presidente e il premier israeliani ha dato il suggello a relazioni finalmente serene. 
Però il carattere eccezionale del viaggio si è riflesso principalmente nei rapporti con l’ebraismo. C’è anzitutto un aspetto umano. Per la prima volta milioni di ebrei di Israele hanno imparato a conoscere cos’è un papa, cos’è la Chiesa cattolica. In un immaginario in cui troppo spesso si sovrappongono le immagini della croce e del campo di concentramento, sullo sfondo di una memoria storica in cui il pulpito cristiano rievoca semplicemente i roghi, l’arrivo di Giovanni Paolo II ‑ con la mole di reportage preliminari da parte di giornali, radio e televisioni ‑ ha portato anzitutto “informazione”, ha rotto un muro di indifferenza se non di ripulsa, ha spalancato le porte ad una conoscenza diretta. 
La figura stessa di Karol Wojtyla ha provocato emozione e turbamento. «È un uomo santo» hanno esclamato molte persone, che peraltro non nutrivano nessun interesse per la Chiesa cattolica. La sua sosta riverente a Yad Vashern, il suo pellegrinaggio al Muro del pianto hanno scosso e turbato tantissimi ebrei. 
Sono semi per il futuro. Nessuno può ignorare che molto c’è ancora da fare per superare un fossato, scavato da secoli di violenze cristiane contro gli ebrei. 
Adesso, tuttavia, si apre una pagina totalmente nuova. Anche per gli ebrei. Passare dal dialogo alla riconciliazione è la sfida di questo secolo. Notava un cardinale del seguito papale, confidandosi durante il viaggio, che nei discorsi delle più alte autorità israeliane non è mai stato nominato Gesù. Nella sua terra il Verbo è l’Innominato: che paradosso! 
Si può parlare tranquillamente di Maometto o di Budda, discutendo del loro ruolo storico senza per questo accettare la loro religione o filosofia, ma non si può nominare il Nazareno. Con questo scoglio l’ebraismo deve fare i conti, questo scoglio prima o poi va superato proprio se si vuole arrivare a quella fratellanza evocata su labbra ebraiche. È un processo difficile, ma indispensabile per una piena accettazione reciproca (il che non vuol dire né sincretismo né riconoscimento dei dogmi dell’altro). Al di là della guarigione dalle drammatiche ferite provocate dall’antisemitismo si pone oggi il traguardo di una autentica riconciliazione tra i seguaci della Torah e i seguaci del Vangelo. Fratelli diventati nemici. E la riconciliazione, ha ricordato Giovanni Paolo II a Gerusalemme, è sempre un processo in due sensi. 

Letto 4285 volte Ultima modifica il Giovedì, 29 Maggio 2014 15:45

3 commenti

  • Link al commento Arturo Berlati Sabato, 31 Maggio 2014 22:45 inviato da Arturo Berlati

    La relazione del prof.Gianfranco Trabuio, che sarà presentata il 1 giugno 2014 per il 25°Congresso Amici di Terra Santa presso il Commissariato di Terra Santa a Treviso, contiene un importantissimo messaggio di Fratellanza Universale verso il Bene, l'Amore e la Giustizia per tutti i Popoli della Terra.-

  • Link al commento Arturo Berlati  Sabato, 31 Maggio 2014 22:19 inviato da Arturo Berlati

    La relazione del prof.Gianfranco Trabuio, che sarà presentata il 1 giugno 2014 per il 25°Congresso Amici di Terra Santa presso il Commissariato di Terra Santa a Treviso, contiene un importantissimo messaggio di Fratellanza Universale verso il Bene, l'Amore e la Giustizia per tutti i Popoli della Terra.-

    Il Presidente Ass.ne M.E.F. Venezia
    Cav.Arturo Berlati
    Il Coordinatore Gilberto Paggiaro

  • Link al commento giuseppe spampinato Giovedì, 29 Maggio 2014 21:11 inviato da giuseppe spampinato

    sono iniziative che portano speranza e gioia

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