Sabato, Ottobre 31, 2020
Gianfranco Trabuio

Gianfranco Trabuio

Sabato, 08 Novembre 2014 18:57

SAN MARTINO E LA CAMPAGNA VENETA

 

san Martino per il SITO

San Martino di Tours (dipinto del maestro Paolo Canciani)

pala d’altare nella chiesa di Sorriva di Sovramonte (BL). Anno 2014.

 

 

La festa di San Martino, vescovo di Tours in Francia, è uno dei capisaldi della tradizione religiosa delle nostre campagne, ancora oggi.

Nell’intorno dell’undici novembre è tutto un fiorire di feste e sagre paesane dove trovano spazio e godimento i frutti della terra e i loro appassionati degustatori.

È interessante per i cultori della storia e delle tradizioni venete, riandare alla vita di questo santo vescovo cattolico per capire qualcosa di più della struttura portante della nostra antropologia culturale, ovvero, perché san Martino è così famoso e così venerato nelle nostre campagne.

Ecco, allora, venirci in aiuto la sua storia, quella narrata da lui in prima persona e raccontata qualche secolo dopo da uno scrittore veneto, certo Venanzio Fortunato da Valdobbiadene.

Martino nasce in Pannonia, l’attuale Ungheria, verso il 316, figlio di un funzionario dell’impero romano, e si arruola da giovane nelle legioni romane di stanza in quei territori, si muove al seguito dell’esercito nei territori dell’impero. Conosce la religione cristiana e si fa catecumeno, desidera prepararsi a ricevere il Battesimo, quando in una giornata fredda incontra un povero intirizzito e mosso a pietà, divide il suo mantello per lui, tagliandolo a metà con la spada. La stessa notte, Martino, legionario romano, ha una visione: gli appare Gesù che lo ringrazia per aver diviso con lui il suo mantello. Subito dopo si fa battezzare, abbandona l’esercito e si mette sotto la guida di sant’Ilario di Poitiers (anno 339), studia, diventa sacerdote e fonda il primo monastero dell’Occidente a Ligugé nei pressi di Poitiers (360). Nel 372 diventa vescovo di Tours e esercita il suo ministero pastorale fino all’età di ottanta anni. Viene sepolto l’11 novembre del 396, e noi ancora oggi facciamo memoria di questo grande personaggio proprio in questa data.

Già in vita Martino fece miracoli che sono rimasti negli annali della sua biografia. In particolare la risurrezione da morte di un monaco del suo monastero, la risurrezione di un suicida e quella di un bambino portato in braccio dalla mamma, tutti avvenuti di fronte a numerosi testimoni, questi fatti provocarono un’emozione fortissima e numerosissime conversioni.

Ora, vediamo perché il vescovo Martino ha mantenuto fino a oggi la fama di uomo di Dio, soprattutto tra la gente dei campi.

Bisogna riandare con l’immaginazione a quegli anni, quando la vita nelle campagne era quanto mai misera e le persone che vi vivevano erano sottoposte a ogni genere di difficoltà, sia dalla precarietà delle colture e del clima, sia dalle angherie dei “cittadini” proprietari delle terre, sia dagli eserciti in perenne movimento da un territorio all’altro.

Martino rappresenta il primo esempio di “pastore” che concentra la sua azione pastorale tra gli uomini della campagna. Il cristianesimo non era ancora diffuso in quei territori, Martino rappresenta, quindi, la guida, il pastore, l’apostolo, il tutore di quelle genti, esposte più di altre alla povertà e alla miseria.

La sua fama di soldato e di monaco colpisce grandemente la sensibilità di quelle  genti, lui che ha diviso con la spada il suo mantello per darne metà a un povero, rappresenta qualcosa di rivoluzionario, perché i soldati usavano la spada per fare violenza e non per fare la carità. Questo fatto, ancora oggi rappresenta un elemento di grande rilevanza nel sistema di valori della “gente dei campi”.

A questo bisogna aggiungere l’incessante opera di evangelizzazione e di promozione sociale dei contadini e dei pastori.

Oggi, dopo oltre 1600 anni, questa fama permane e si alimenta con la fede delle persone legate alla terra da vincoli di lavoro e di affetto. Fede nella Parola di Gesù, fede nei valori della condivisione e della responsabilità.

Però, è interessante un ulteriore approfondimento su questa figura di Santo, fondatore del primo monastero in Occidente. Per noi Veneti è di straordinaria importanza ricordare la storia di questo Santo, che ora brevemente riprendo parlando di Venanzio Fortunato da Valdobbiadene, scrittore del sesto secolo che scrive la biografia di San Martino verso il 560. Ebbene, Venanzio e un suo amico, certo Felice di Treviso, si recano in pellegrinaggio a Ravenna, cammin facendo ambedue si ammalano agli occhi, la fede li porta nella chiesa di San Giovanni a Ravenna dove nella cripta c’è una lampada a olio che arde davanti a una statua di San Martino, loro si ungono gli occhi con l’olio della lampada e miracolosamente guariscono. I due ritorneranno, quindi, nel trevigiano e si faranno promotori della venerazione del Santo vescovo di Tours. Felice, successivamente diventerà vescovo di Treviso.

Ecco spiegato in modo semplice e storicamente fondato il grande impatto di San Martino nella fede e nella cultura delle persone dedite alla coltivazione dei campi e all’allevamento degli animali.

Nel nostro Veneto è invocato anche come protettore delle mamme in attesa, proprio in ricordo di quel miracolo famoso citato, oltre ad essere titolare di centinaia di chiese sparse su tutto il territorio dal Polesine al Bellunese, infatti a san Martino è dedicata anche la diocesi di Belluno.

Ma non è finita qui la storia di San Martino, continua con recenti acquisizioni d’archivio nelle quali si riporta l’azione di tutela svolta da questo Vescovo nei confronti dei contadini del tempo, avendo elaborato una specie di contratto di mezzadria ante litteram tra proprietari terrieri e lavoratori della terra.

Nel nostro costume veneto e nella nostra tradizione agricola, famose e tristissime sono ancora oggi le migrazioni dei mezzadri che a fine campagna agricola, proprio a cavallo di San Martino, lasciavano la casa e la terra che avevano coltivato, per spostarsi presso un’altra campagna di un altro proprietario per ricominciare daccapo una nuova ardua fatica, e lo spostamento avveniva portandosi dietro la famiglia e le poche suppellettili su di un carro trainato da una mucca e a piedi portando a spalle quanto non ci stava sul carro.

È utile riflettere, oggi, in questo Veneto, locomotiva ancora trainante dell’economia nordestina, quali e quante fatiche e quali insegnamenti ci hanno lasciato i nostri vecchi e le nostre vecchie, quanto coraggio e quanta fede hanno avuto per reggere le avversità, che solo a pensarci fanno venire i brividi.



Giovedì, 23 Ottobre 2014 18:09

IL SOGNO NELLA ROCCIA

 

 

Una luce brillante mi accompagna al mattino

niente nuvole solo vento e sole che illumina

sull’orizzonte lontano si alzano enormi montagne

è un gioco di specchi e di riflessi

la laguna agitata al soffiare della bora mattutina

sembra un lago incrodato tra le rocce

un’armonia riecheggia nella memoria

una vecchia canta montanara

parla d’amore e di solitudine

ecco il sogno avverarsi in un lampo di luce

trovarsi lassù

sulle montagne ancora prive di neve

intabarrati al riparo del gelido vento

solo gli occhi sono caldi e tormentati

lente lacrime scendono e il cuore tremante

ancora una volta rimane rapito nell’estasi.

 

le montagne viste dalla laguna veneta

dedicato a chi piange per la bellezza

23 ottobre 2014

Venerdì, 22 Agosto 2014 17:54

VERSO LA TERZA GUERRA MONDIALE

 "SUL SENTIERO DELLA CONOSCENZA RECIPROCA"

Il tema che tratto oggi è essenzialmente di natura religiosa e attiene prevalentemente ai rapporti tra due grandi religioni monoteiste. Tuttavia, le implicazioni sociali delle due religioni sono amplissime e, soprattutto per l’Islam, riguardano anche la politica e il diritto degli stati musulmani, e degli stati dove vivono i musulmani.

Non sono un teologo, ma semplicemente uno studioso, che applica la metodologia della ricerca scientifica allo studio dell’Islam, avendo come riferimenti religiosi la nostra fede cristiana, o meglio, cattolica. Quindi con buona pace di chi non sarà d’accordo con quanto esporrò in seguito, ritengo sia corretto fare delle “dichiarazioni di gioco” chiare onde evitare equivoci e malintesi. Pertanto,  il sottotitolo della relazione: “sul sentiero della conoscenza reciproca”, è una dichiarazione solenne sul tema e lo inquadra correttamente in un contesto di fede evangelicamente  vissuta.

Quanto sta succedendo in Iraq, in Siria e nelle altre nazioni a maggioranza islamica dove i cristiani, ma non solo loro, (tutti gli infedeli) sono perseguitati e uccisi in nome di Allah è ormai un drammatico notiziario quotidiano, e dimostra, ove ce ne fosse ancora bisogno, la distanza siderale tra le due antropologie culturali: quella cristiana e quella islamica.

esempio di fratellanza religiosa nellislam           profughi cristiani in fuga verso il kurdistan

Esempi di come intendono il dialogo i fondamentalisti musulmani: siamo ad Aleppo in Siria con la crocifissione di cristiani, e in Iraq con la fuga da Ninive dei cristiani e degli yezidi che non vogliono convertirsi all'Islam.

Vediamo di entrare dentro al tema di questa relazione, in questo arduo sentiero della ricerca del dialogo  tra due religioni profondamente diverse tra loro e teologicamente non permeabili, pur avendo evidenti radici comuni con l’Antico Testamento.

Anzi, invochiamo la protezione della Madre di Gesù, Maria, con la litania coniata dal papa san Pio V dopo la vittoria contro i turchi nella battaglia di Lepanto, il 7 ottobre 1571: Auxilium christianorum ora pro nobis.

La recente dichiarazione di papa Francesco, durante il viaggio di ritorno dalla Corea del Sud, ovvero che siamo entrati nella terza guerra mondiale, finalmente fa ragione di tutte le ipotesi di geopolitica elaborate in questi ultimi tempi. Anche Papa Francesco, finalmente, si è reso conto di ciò che sta succedendo in varie aree del pianeta, dove l’Islam fondamentalista sta mettendo in atto la conquista dei territori mediante la eliminazione forzata e violenta di chi non accetta di convertirsi alla religione del profeta Muhammad (Maometto).

Per capire questa strategia di conquista è necessario conoscere qualcosa del Corano, libro sacro dell’Islam. Questo libro è la raccolta delle Sure, delle rivelazioni, che Muhammad ha ricevuto da Allah tramite l’Arcangelo Gabriele. Uno dei primi califfi ha ordinato la raccolta delle Sure in ordine di lunghezza del testo e non in ordine cronologico, pertanto il Corano si presenta come una collazione di testi slegati tra loro e quindi di ardua interpretazione sul piano ermeneutico. Infatti, essendo parola di Dio, la Sura non ha bisogno di essere interpretata, Allah ha parlato e la sua parola è legge per sempre.

Ora, esiste una notevole differenza di contenuti dottrinali tra le Sure del primo periodo, quello di La Mecca, e quelle del secondo periodo ricevute a Medina, dove Muhammad si era rifugiato per sfuggire ai suoi paesani di La Mecca che volevano ucciderlo. Infatti, mentre le prime sono di chiara ispirazione biblica, le seconde risentono del clima di odio nel quale il profeta si era venuto a trovare. L’odio in particolare per chi non accettasse la sua rivelazione, in particolare ebrei e cristiani. Ricordo che quelle terre erano tutte abitate da tribù di origine ebraica o cristiana, siamo poco dopo l’anno 600 dopo Cristo. Infatti è a Medina che il profeta dà l’ordine di uccidere tutti i maschi delle due tribù ebraiche che  rifiutavano la conversione, e il rapimento e la messa in schiavitù delle donne e dei bambini.

Ora, siamo nel terzo millennio, dobbiamo fare i conti con questa strategia di conquista. Nulla è cambiato nell’Islam ortodosso, quello che interpreta alla lettera il Corano.

C’è una ragione teologica in questa strategia, gli esegeti del Corano ritengono che le Sure successive abroghino le Sure precedenti nelle parti che fossero in contraddizione tra loro. Poiché le ultime sono quelle con i contenuti più violenti nei riguardi degli infedeli, soprattutto ebrei e cristiani, ecco in parte spiegata la ragione della devastazione planetaria da parte dei fondamentalisti islamici e la consapevolezza del Pontefice romano che afferma quanto ormai sostenuto da molti osservatori di geopolitica. La terza guerra mondiale è strategicamente diversa dalle altre due, non ci sono eserciti contrapposti, è una guerra di nuovo tipo il cui modello è mutuato dalle esperienze terroristiche fin qui realizzate in varie parti del mondo. Pertanto sarà una guerra che richiederà nuovi modelli di intervento, tutti da inventare e che durerà molto certamente.

Ai musulmani viene insegnato che la Terra è divisa in due parti: Dar al Islam (Terra  della Pace) e Dar al Harb (Terra della Guerra), e che la fine del mondo col giudizio universale avverrà quando tutto il pianeta si sarà convertito all’Islam. Questa è la sostanza teologica del terrorismo islamico.

dar al islam e dar al harb

 Colorate in verde le terre della pace islamica, colorate di nero le terre che bisogna conquistare alla pace islamica

Come in tutte le manifestazioni belliche ci sono i partigiani non in armi, che scrivono sui giornali, che fanno trasmissioni televisive, che organizzano eventi, sono i simpatizzanti, quelli nostrani, occidentali, che non vedono l’ora che gli USA e Israele vengano cancellati dal pianeta, che il capitalismo venga sovvertito da una nuova mitologia economica, che la Chiesa di Roma venga ridotta al massimo nella catacombe. Questo è lo scenario prossimo venturo e quello che è più drammatico per noi europei è che buona parte dell’apparato ecclesiastico cattolico è schierato contro se stesso. Solo il Papa e qualche vescovo hanno il coraggio di avvertire le pecore del gregge dell’orda di lupi che sta devastando la convivenza tra gli uomini.

Si sta avverando quanto predetto da mistiche e mistici cattolici intorno a questo periodo della storia dell’umanità e della storia della Chiesa cattolica. Già il profeta Daniele aveva avuto delle visioni terrificanti sul futuro dell’umanità, Giovanni nell’Apocalisse aveva definito cosa sarebbe avvenuto a un certo momento della storia dell’umanità che si ribellava a Dio e a suo figlio Gesù Cristo. Non solo. La Madonna a Fatima aveva lasciato a Lucia una serie di profezie puntualmente avveratesi. Il famoso terzo segreto è stato pubblicato solo parzialmente. I papi che lo hanno letto per intero ne sono rimasti sconvolti, a partire da Giovanni XXIII. Papa Luciani, dopo averlo letto rimase muto per alcuni giorni, così racconta la suora che lo accudiva da vicino e come è stato illustrato di recente nella trasmissione televisiva a Rai 3 sulla Grande Storia.

Ma non finisce qui.

Era il 29 gennaio 1929 quando Gesù interloquendo con la mistica Luisa Piccarreta, immobile nel suo letto di sofferenza, le comunicò: “Figlia mia diletta, voglio farti sapere l’ordine della mia Provvidenza. Nel corso di ogni duemila anni ho rinnovato il mondo: nei primi duemila lo rinnovai col Diluvio; nei secondi duemila lo rinnovai con la mia venuta sulla terra, in cui manifestai la mia Umanità, dalla quale, come da tante fessure, traluceva la mia Divinità, e i buoni e gli stessi Santi dei seguenti duemila anni sono vissuti dei frutti della mia Umanità e come leccando hanno goduto della mia Divinità. Ora siamo circa alla fine del terzo duemila e ci sarà una terza rinnovazione, ecco pertanto lo scompiglio generale: non è  altro che il preparativo alla terza rinnovazione. E se nella seconda rinnovazione manifestai ciò che faceva e soffriva la mia Umanità e pochissimo ciò che operava la mia Divinità, ora, in questa terza rinnovazione, dopo che sulla terra sarà purgata e distrutta in gran parte la generazione presente, sarò ancora più largo con le creature e compirò la mia rinnovazione, col manifestare ciò che faceva la mia Divinità nella mia Umanità, come agiva il mio Volere Divino col mio volere umano, come tutto restava concatenato in Me e come tutto facevo e rifacevo, e anche ogni pensiero di ciascuna creatura era rifatto da me e suggellato col mio Volere Divino.”

Luisa Piccarreta (Corato-Bari, 1865 – Corato 1947) sarà proclamata beata tra qualche mese. Nel 1926 per ordine del suo direttore spirituale Annibale Maria Di Francia, Santo, ha scritto venti volumi sui dialoghi avuti con Gesù che l’ha istruita sul Regno della Divina Volontà.

Ora, se mettiamo insieme tutti questi segnali, compresi quelli che la Madonna ha comunicato ai veggenti a Mediugorje, e che avrebbero bisogno di una trattazione a parte, risulta evidente che l’umanità sta andando incontro a un periodo di purificazione a causa della violenza con la quale la stessa umanità da qualche secolo si sta rivolgendo verso Dio Padre, il Figlio Gesù, la Madre Maria e la Chiesa da Lui istituita.

Poiché Dio è Padrone della storia dell’uomo sulla terra, risulta evidente che il periodo di purificazione è iniziato, la Chiesa cattolica e i suoi fedeli sono perseguitati nel mondo come mai avvenuto prima; l’apostasia silenziosa si è estesa in gran parte delle strutture ecclesiastiche, i fedeli che si organizzano per ritornare alla purezza dei santi fondatori degli Ordini religiosi vengono in qualche modo impediti nel farlo e addirittura perseguiti dall’interno; i nuovi teologi sedicenti cattolici fanno a gara per rinnegare la dottrina del magistero che la Chiesa cattolica ha sviluppato nei secoli, e quanta eco hanno sulla stampa e nelle televisioni.

Quanta confusione viene propalata ad arte per dissacrare i sacramenti, in particolare il Matrimonio, la Confessione e la Comunione. Viene insegnata la infinita Misericordia di Dio ma viene cancellata la infinita Giustizia di Dio. Ricordiamolo che Gesù ha perdonato alla samaritana ma le ha anche detto di non peccare più.

Come risulta evidente grande è la confusione e lo sconcerto che viene percepito dai fedeli, sembra che non esista più il Catechismo della Chiesa Cattolica e che ogni fedele si faccia il suo. I pastori, salvo le eccezioni che per fortuna ci sono sempre, sembrano affetti da disturbi catatonici e non reagiscono più secondo la dottrina ma secondo l’umore del momento montato ad arte dai media.

E allora, quid agendum, direbbero i nostri antecessori latini.

Ritorniamo all’origine della relazione per tentare di chiudere in modo suggestivo.

papa francesco con il re ela regina di giordania

 Papa Francesco e i reali di Giordania durante il recente pellegrinaggio in Terra Santa

 Come Papa Francesco, al suo livello di rappresentante della Chiesa cattolica, ha avuto il coraggio di identificare gli aggressori dei cristiani nel mondo con il fondamentalismo islamico, insieme a pochi altri pastori in Italia, ma molto più numerosi nei paesi devastati dall’odio religioso, così tento di chiudere questa nota parlando dell’altro Papa che ha avuto il coraggio temerario di illustrare questa tragedia a partire dalla nascita dell’Islam: Papa Benedetto XVI nella relazione tenuta all’Università di Regensburg in Germania. Era  il 12 settembre 2006. In quella occasione il Papa aveva citato un famoso brano riportato dall’imperatore di Costantinopoli, Manuele 2° Paleologo, nel suo libro “I dialoghi con un persiano”, libro dimenticato da molti, ma conosciuto da tanti specialisti.

Il libro riporta dei ragionamenti tra un sapiente musulmano, di origine persiana, e l’imperatore stesso, intorno alle caratteristiche fondamentali delle due religioni, e l’imperatore aveva fatto presente, mettendolo in dubbio, come potesse essere una buona religione, quella musulmana, che ha visto il suo profeta Maometto macchiarsi del sangue dei nemici, ebrei in particolare.

Probabilmente, il culmine dell’argomentare di Manuele II si trova nell’espressione: «Il non agire secondo ragione è alieno da Dio» (VII, 3). Questa convinzione accompagna certamente l’intera tradizione cristiana da sempre.

Ricordo che la riflessione del Papa ai docenti dell’Università di Regensburg, dove lui aveva insegnato da giovane sacerdote, riguardava la ragionevolezza della fede religiosa, e che non si poteva certamente ritenere ragionevole una fede religiosa, come la islamica, che prevedeva di dare la morte ai civili con i kamikaze, e ai musulmani che cambiavano religione, con la lapidazione.

Ragione e fede devono riprendere inevitabilmente il loro cammino comune. Benedetto XVI, a più riprese, ha ribadito che questa strada non solo permette al cristianesimo di essere fecondo nella via dell’evangelizzazione, ma consente anche ai non credenti di accogliere il messaggio di Gesù Cristo, come ipotesi carica di senso e decisiva per l’esistenza.

Ricordo, ancora, che quella lezione e quei contenuti furono travisati ad arte dai media occidentali che non vedevano l’ora di scagliarsi contro il Papa che si era permesso di fare delle riflessioni logicamente fondate sui legami tra fede religiosa e ragione. Il mondo islamico, a sua volta montato dalla stampa europea, si è lasciato andare a manifestazioni di piazza, con assalti e incendi e omicidi. Al Papa è stato imposto di chiedere scusa per aver citato il dialogo dell’ultimo imperatore di Costantinopoli, nel quale si metteva in evidenza la illogicità manifesta del mancato rapporto tra fede religiosa e ragione che è uno degli scogli sui quali si imbatte ogni tentativo di dialogo tra pensiero “greco-occidentale” e pensiero islamico.

il principe di giordania e benedetto xvi

 Papa Benedetto XVI incontra il principe ereditario di Giordania, primo firmatario della lettera

138 personaggi musulmani esperti della loro dottrina, sono andati a leggersi il testo di quella lezione e hanno capito quale errore madornale avessero commesso nell’accettare per veri i reportage giornalistici europei che ad arte avevano falsificato il pensiero del Papa, e hanno scritto ai capi delle chiese cristiane una lettera molto bella, ricca di spunti di riflessione per un dialogo vero, fondato sulla reciproca conoscenza.

A capo di questa numerosa delegazione c’è il principe ereditario del Regno di Giordania, Ghazi bin Muahammad bin Talal, e in Italia l’unico firmatario è stato l’imam Yahya Sergio Yahe Pallavicini vicepresidente del COREIS (Comunità religiosa islamica d’Italia) uno degli interlocutori dell’islam moderato italiano.

La lettera si può intitolare “Una parola comune tra noi e voi”, e riporta la data del 13 ottobre 2007, a conclusione del mese di Ramadan.

Sotto certi aspetti si tratta di un vero e proprio evento straordinario. Tutte le diverse espressioni dell’islam mondiale hanno messo la loro firma su quella lettera: sciiti, sunniti, rappresentanti delle più piccole realtà musulmane, compresi i famosi sufi, i mistici dell’islam, ritenuti degli eretici dalla ortodossia sunnita.

La lettera è molto bella per i contenuti di ispirazione mistica che fanno ipotizzare una nuova consapevolezza circa le radici comuni sull’amore di Dio e sull’amore del prossimo, sia nell’ebraismo come nel cristianesimo e nell’islam.

Questa è senz’altro la novità più importante, e su questa gli esperti delle due religioni hanno cominciato a lavorare in vista di incontri molto importanti che sono iniziati nell’autunno del 2008.

Nonostante la lettera rappresenti un notevole sforzo di cambiamento, dentro all’Islam, nel proporre un incontro sui fondamenti delle due religioni, siamo ancora lontani dalla visione universalistica, e quindi cattolica, della concezione dell’uomo che troviamo soprattutto nel Vangelo.

Ricordiamo Paolo quando afferma che non ci sono più giudei, né greci, né gentili, né circoncisi, né incirconcisi.

Siamo tutti creature di Dio e soggette ad unica legge: la legge naturale che coincide certamente con i dieci comandamenti di matrice biblica e con i comandamenti contenuti nel Corano.

Però, attenzione, rispettare l’uomo viene prima del rispetto della religione. Questo è l’approccio cristiano.

La dignità dell’uomo, come persona, va ricondotta alla sua dimensione esistenziale a prescindere dal dialogo teologico, (vedi la Dottrina Sociale della Chiesa).

Queste sono le basi da cui sollecitare il dialogo con i musulmani che credono in questo strumento di conoscenza reciproca. La speranza è che, pensando alla storia della Chiesa, come i cristiani hanno fatto conoscere il Vangelo nel mondo, riescano a farlo conoscere anche ai musulmani che credono in Allah, il clemente, il misericordioso e non il violento,  l’aggressore e il persecutore.

Aspettiamo tutti con ansia un nuovo Francesco di Assisi che in piena quinta crociata ha avuto il coraggio di far conoscere Cristo al sultano dell’Egitto Malek al-Kamel, avendo salva la vita.

Alla fine della nostra riflessione non possiamo fare a meno di  un “a fondo” sull’attualità del pensiero materialista e relativista dominante e sulle tragiche conseguenze della sua applicazione nei sistemi sociali.

Abbiamo il coraggio di prendere le misure del nostro essere cristiani! Guardiamo al deserto spirituale che si sta estendendo nella nostra Italia e nella nostra Europa! L’Europa dei “lumi” che si sta autodistruggendo in odio alla Chiesa cattolica, soprattutto, e che si sta sottomettendo alle frange violente e terroristiche dell’islamismo fondamentalista.

 "Diciamolo ora in modo molto significativo - scriveva il Papa Benedetto XVI: l'uomo ha bisogno di Dio, altrimenti resta privo di speranza". "L'uomo non può mai essere redento semplicemente" da una struttura esterna. (...) L'uomo viene redento mediante l'amore". Un amore incondizionato, assoluto : "La vera grande speranza dell'uomo, che resiste nonostante tutte le delusioni, può essere solo Dio - il Dio che ci ha amati e ci ama tuttora sino alla fine".

Per approfondimenti leggi: http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3257

Mercoledì, 20 Agosto 2014 15:37

A ELENA PER SEMPRE

il santissimo

Ecco Gesù che passa

A ELENA PER SEMPRE

 

Nella chiesa affollata e festante

i tuoi occhi assorti penetravano dentro al tuo cuore

quali dolori

quante emozioni

che lacrime da quegli occhi mori

Cristo passava e ti guardava

parlava alla tua anima

assorta nella tua intimità

nella tua sofferenza

sorridendo quelle lacrime le asciugava

così ti ho vista

così ti ho pensata

la tua immagine per sempre

nel mio cuore è rimasta.

                                                 

Marghera in una domenica d’estate 2014

funerali in Iraq dopo attentato a una chiesa cattolica

 Funerali in Iraq dopo la devastazione di una chiesa e l'uccisione dei fedeli

L’altro giorno leggendo il comunicato della CEI (Conferenza Episcopale Italiana) che indiceva per il 15 agosto 2014, giorno dell’Assunzione di Maria al Cielo in anima e corpo, una giornata di preghiera per i cristiani perseguitati in tutto il mondo, sono rimasto molto male per due motivi.

Il primo di natura comunicativa, il testo in apparenza scritto in italiano corretto, mancava di un complemento di agente. Si capiva perché bisognasse pregare: per la pace e per i fratelli cristiani perseguitati, ma non si capiva in nessun contesto da chi fossero perseguitati. Dal punto di vista giornalistico un brutto comunicato, mancando il riferimento della causa persecutoria.

Il secondo motivo, conseguente al primo, non c’è nessun riferimento sul perché i persecutori, mai citati peraltro, ce l’avessero con i cristiani. I nostri poveri fratelli crocifissi, depredati di ogni bene, fatti fuggire dalle loro case, le chiese devastate o incendiate, distruzione di ogni simbolo della religione cristiana, le case dei cristiani segnalate con una grande N araba che vuol dire Nazara (cristiani) per indicare ai fondamentalisti che lì potevano entrare, distruggere e rubare.

  L’invito generico alla preghiera senza spiegare i motivi per cui si prega è un esercizio di una ipocrisia demoniaca, il segno evidente e profetizzato dai mistici e previsto dal profeta Daniele e da Giovanni nell’Apocalisse, che dentro alla Chiesa di Roma è in atto quella apostasia silenziosa che avrà come conseguenza lo smarrimento e lo smembramento del gregge come lo chiama Papa Francesco.

La CEI in buona sostanza sta facendo il gioco dell’islamismo, è talmente terrorizzata da far finta che  non esista. Bastava poco per spiegare ai nostri fedeli perché l’Islam esercita tutta questa violenza sui non musulmani sunniti. Era sufficiente indicare alcuni versetti delle Sure del Corano dove, purtroppo, sono contenuti gli indirizzi di lotta e di violenza contro noi cristiani considerati idolatri, altro che figli dello stesso monoteismo come viene sbandierato dai sedicenti intellettuali cattolici.

lettera n per nazara in arabo

Lettera araba N che è stata dipinta sulle case dei cristiani, significa "Nazareni", e quindi infedeli. I musulmani fondamentalisti di fronte a questo simbolo sapevano cosa dovevano fare.

Per chi non conosce l’Islam è utile spiegare che nella loro visione del mondo la terra è divisa in due parti: Dar al Islam (terra della pace) e Dar al Harb (terra della guerra), e che la fine del mondo, col giudizio universale, verrà quando tutto il mondo sarà musulmano.

Poveri cattolici italiani, tenuti all’oscuro delle cause prime della persecuzione, dai pastori che dovrebbero guidare il gregge. Papa Francesco ha detto che i pastori devono avere l’odore delle pecore per farsi riconoscere, a me sembra che questi pastori abbiano l’odore di altri effluvi, certamente non quello del gregge. Le pecore senza pastore sono destinate a disperdersi, mi pare sia scritto anche nel Vangelo.

Poi, c’è un silenzio drammatico nell’invito alla preghiera da parte della CEI riguardo ai violenti, ai persecutori. Gesù ci ha invitato a pregare per i nostri nemici, per quelli che ci odiano, per quelli che ci perseguitano. È da 2000 anni che i fedeli di Cristo sono perseguitati e uccisi in nome di altri dei o di altre divinità. In particolare nel Corano sono chiari i comandi al riguardo e negli Hadit del profeta Muhammad non ci sono dubbi su come si debbano comportare i musulmani nei riguardi degli infedeli.

cristiano crocifisso in siria

 Ecco come si procede alla pulizia etnica con la crocifissione dei cristiani che non si convertono

È necessario sapere che le Sure del Corano non sono riportate in ordine cronologico ma in ordine di lunghezza del testo, e poiché l’Arcangelo Gabriele ha comunicato al profeta i comandi di Allah durante tutta la sua vita, gli studiosi del Corano si esercitano nel capire per ricostruire la cronologia dei messaggi, poiché i teologi dell’Islam sostengono che le sure successive abrogano quelle precedenti dove ci siano delle contraddizioni. Ecco in parte spiegata la violenza contro gli infedeli. Infatti le ultime Sure ricevute a Medina risentono del clima di violenza che ha incontrato il profeta in quella città, quando due tribù di religione ebraica si sono rifiutate di accettare l’Islam e sono state sterminate su ordine del profeta.

i protomartiri francescani 16 gennaio 1220

 I cinque protomartiri francescani del Marocco del 16 gennaio 1220, in un dipinto del pittore Piero Casentini

Ne sanno qualcosa i frati francescani minori che dal 1216 sono in Terra Santa a “custodire” i luoghi della memoria di Cristo, di sua Madre e degli Apostoli. In 800 anni di presenza in terra dominata dall’Islam i francescani hanno subìto in oltre 800 il martirio. Secondo il comunicato della CEI, anche loro sono stati uccisi dai terroristi senza etichetta? Il politicamente corretto ha invaso anche la Chiesa di Roma.

Mi permetto di suggerire a chi mi legge: il giorno dell’Assunta preghiamo per i nostri fratelli cristiani ma anche per i fondamentalisti musulmani, anche per loro nel Corano la Vergine Maria viene venerata come santa e immacolata. Confidiamo nella Madonna che ascolti le suppliche di questo popolo orante e conceda la pace a tutti e la conversione dei cuori dei violenti e di chi uccide.

La Madonna di Fatima

Regina assunta in cielo, prega per noi e per il mondo intero!

P.S. Per chi volesse approfondire questi temi suggerisco di documentarsi sul mio sito dove sono pubblicate relazioni di grande ausilio per i ricercatori.

P.S. La relazione è stata spedita via posta normale al Presidente della CEI card. Angelo Bagnasco e al Segretario generale della CEI mons. Nunzio Galantino, presso la loro sede in Circonvallazione Aurelia, 50 - 00165 Roma.

Nel caso ci fosse qualche risposta sarà mia cura pubblicarla su questo sito per condividerla con gli affezionati lettori.

 

Martedì, 05 Agosto 2014 22:17

NASCITA DI UNA POESIA

L'anno scorso, il giorno della Madonna della Salute mi trovavo alla Punta della Dogana, proprio all'esterno della Basilica.

C'era un tramonto stupendo su Venezia con tutte le sfumature dei rossi, degli aranci e dei gialli, in un cielo blu che si andava scurendo. A riva era ormeggiato un vecchio veliero, forse aspettava l'alba per veleggiare verso altri approdi, e, io, guardando commosso tutta questa bellezza mi sono messo a scrivere nel libretto che sempre mi accompagna per fissare i momenti della vita, e ne è uscita una poesia ispirata sempre a un amore impossibile. Sempre una donna è presente nelle mie poesie, l'anima ricca di amore e feconda di passioni per la vita. Si invecchia nell'età, e mai nello spirito, fintantoché le traversie della vita non ti costringono in un angolo a meditare verso quale approdo stai andando, quali vele alzare, ascoltando il sussurro del vento sempre pronto a portarti più in là. Una meta che sempre hai inseguito bordeggiando sotto costa, oppure, in alto mare, lasciandoti portare dalla libertà del vento e dalla maestria del nocchiero.

Eccovi la poesia che è stata premiata quest'anno al concorso internazionale San Valentino. Neanche farlo apposta, la giuria ha scelto questo bellissimo ritratto di Salvatore Fiume che si abbina in modo suggestivo e commovente ai versi sognanti del poeta.

Premio san Valentino 2 2014

 

Giovedì, 31 Luglio 2014 21:24

VOLONTARIATO, TRA CULTURA E SOLIDARIETA'

anteas tutte le età

Qualche tempo fa ero impegnato con l’organizzazione di volontariato ANTEAS del Veneto, una costola operativa e feconda della CISL regionale. Ero stato invitato a tenere la relazione magistrale ai soci, erano presenti oltre duecento persone. L’argomento era di grande attualità e rileggendolo oggi, l’ho trovato degno di pubblicazione sul mio sito. Contiene valutazioni e suggestioni che permangono valide e attuali, utili, per chi è impegnato nel sociale certamente, ma anche per chi, curioso, desidera capire qualcosa di più del clima socio-culturale che ci circonda.

TEMA:

UN VOLONTARIATO CAPACE DI RENDERE RAGIONE DI QUELLO CHE FA

NON C'E' CULTURA SENZA SOLIDARIETA'

NON C'E' SOLIDARIETA' SENZA CULTURA

Sono stato invitato dagli amici dell'ANTEAS regionale a tenere una relazione ufficiale in questo convegno, con lo scopo di dare un impulso di energia cinetica a questa associazione di persone attive.

Prendo lo spunto per questa mia riflessione dall’affermazione riportata nell’invito: non c’è  solidarietà senza cultura.

E' vero. E' drammaticamente vero!

Soprattutto in questo momento storico e dopo la dichiarazione di guerra del terrorismo internazionale all’occidente e al suo sistema economico e alla sua storia e alla sua cultura.

Vedete, non può esistere nessuno che non si renda conto e che non comprenda e che non sia consapevole che il sistema occidentale basato  su un certo sistema filosofico ha come conseguenza ultima la distruzione dell’uomo.

Quello che è tragico è che nell’opinione pubblica è diffusa la convinzione che non è possibile né ammissibile che dei principi filosofici, delle idee, quindi, possano provocare conseguenze concrete a livello prima individuale e poi globale.

Quanto andrò dicendo è quindi centrato su questo legame inscindibile e necessitato tra filosofia, cultura e vita quotidiana.

Non sarà né una relazione accademica, né una relazione salottiera, giusto per far contenti i palati fini.

Sarà una relazione a colori, a tinte a volte robuste, e non chiedo venia per questo.

E' necessario che ci abituiamo ad essere chiari e determinati  quando andiamo nelle varie sedi a sostenere le nostre ragioni.

E' necessario che abbiamo la consapevolezza del nostro ruolo in questa società del terzo millennio, iniziato con una guerra.

E' necessario che conosciamo bene quali sono le nostre radici culturali, perché solo queste possono fornire le chiavi di lettura del nostro presente.

Un popolo che non ha radici, non ha una storia e non ha un futuro.

Vi siete mai chiesti perché questa terra veneta ha prodotto tutto questo benessere? In cinquant’anni!

Vi siete mai chiesti perché il Veneto è la regione, tra quelle italiane,  che in proporzione ha più missionarie e missionari nel cosiddetto terzo mondo?

Vi siete mai chiesti perché qui nel Veneto sono nate le leghe bianche dei contadini, dei braccianti, patrocinate dai coraggiosi parroci di campagna?

Vi siete mai chiesti perché qui nel Veneto sono nate, sempre nelle canoniche, le casse rurali e artigiane che hanno contribuito al riscatto sociale di centinaia di migliaia di famiglie contadine, vessate dai signori padroni dei latifondi?

Sono domande curiose, no?! Non vi pare.

Nella mia lunga attività accademica non ho trovati grossi riscontri a questi quesiti nelle tesi di laurea. E il motivo è abbastanza spiegabile con la pervasività del pensiero filosofico dominante conseguenza diretta dell’illuminismo e del pensiero debole:

 il pensiero senza metafisica, senza valori, senza etica. Un pensiero che rifiuta di avere radici nella storia e che si limita al presente in modo ossessivo: usa e getta.

Vi confido che una settimana fa mentre esponevo ad un grande personaggio dell’Università queste mie considerazioni, lui candidamente mi ha spiegato che il pensiero cattolico non è sopportato nell’accademia, neanche per fare tesi di laurea!

E quindi se si vuol far parte del concerto della scienza e dell’economia meglio non manifestare apertamente le proprie radici culturali, pena la emarginazione.

Quanto sarebbe utile, invece, per il popolo veneto che ci fosse più interesse e più divulgazione su queste radici.

Sembra che pubblicamente ci si debba vergognare delle nostre origini cattoliche, molto poco illuministiche, ma molto illuminate.

Altre domande sono strategiche!!! Per esempio.

Sapete perché qui nel Veneto, a Bassano del Grappa,  nel 1995 è nata la scuola universitaria di etica e di economia, primo esempio in Italia di progetto universitario che mette insieme solidarietà, imprenditorialità e sviluppo economico?

 Nata sei  anni fa ha talmente fatto presa tra le persone di buona volontà che oggi è presente in tutto il mondo con 30 fondazioni, dalla Lituania al Madagascar, dall’Australia al Brasile passando per il Vietnam.

Perché l’ANTEAS, e tutti voi, avete radici nella vallata di Pieve di Soligo, dove pochi anni fa un gruppo di pensionati della CISL decise di mettersi in proprio a fare volontariato di assistenza a chi ne aveva bisogno?

Come vedete, con buona pace del giornalista Gian Antonio Stella e dei suoi padroni, in tutto questo c’è molta cultura della solidarietà e pochi schei.

Noi veneti abbiamo globalizzato anche la voglia di lavorare e lo spirito di solidarietà!!!

I padroni delle “ferriere” pieni di boria illuministica hanno sempre considerato i veneti un popolo di “cojoni”, un pò tonti ma fidati, ignoranti ma pieni di buona volontà.

E sono tutt’ora presi, questi personaggi della cosiddetta cultura nazionale dominante, a deturpare e a denigrare questo popolo veneto perché in 50 anni di democrazia “cristiana” ha dato la birra ai “siuri” piemontes e lumbard e ai “sori” romani.

Quante trasmissioni televisive e quanti articoli sulla stampa dei padroni delle testate hanno cercato di entrare nelle radici della cultura di questo popolo? Nessuna!

Solo dileggi e malversazioni!

Complice anche una certa cultura “nordista” secondo la quale un uomo è un uomo se fuma, se beve, se bestemmia, se è contro gli immigrati e se va a puttane, magari negre!

Prima di entrare nel vivo della relazione vorrei che fosse chiaro a tutti noi quale è la chiave di lettura omogenea e che dà risposte ai quesiti che sono stati enunciati poco fa: è la cultura della solidarietà e della sussidiarietà della dottrina sociale della Chiesa.

Con buona pace degli illuministi, dei liberisti  degli agnostici e degli atei.

Questo è un momento storico molto importante per il futuro dell’umanità tutta.

Mentre nella prima metà del secolo scorso, la filosofia dominante era centrata sull’uomo al centro dell’universo e quindi sull’individualismo;  nella seconda metà del secolo si è fatta strada un’impostazione filosofica che pretende di attribuire all’evoluzione della società un carattere radicalmente autonomo, senza l’uomo, solo società.

L’essenza di questo pensiero è dominata dalla  percezione dell’assurdo, dal vuoto esistenziale e dall’effimero.

Questo pensiero ha dominato l’ultima parte del secolo appena finito e, contrariamente a quanto affermato dai suoi fautori, ha giustificato dal punto di vista giuridico forme diverse di tirannia dei forti sui deboli, come abbiamo visto con la legalizzazione dell’aborto, dell’eutanasia e la manipolazione degli embrioni.

Così oggi c’è il pregiudizio di non avere pregiudizi, il dogma di non avere dogmi, l’utopia di un mondo senza utopie, il valore di non avere valori, l’affermazione intollerante della tolleranza senza limiti.

In poche parole il mondo in cui viviamo è dominato dal pensiero debole, fondato sull’idolatria del potere, della ricchezza e dell’ateismo pratico.

Siamo di fronte a un secolarismo che ha infettato la totalità del pensiero dominante e che ha banalizzato e respinto la dottrina sociale della Chiesa.

Oggi si adorano:

il dio commercio,

il dio profitto,

il dio consumo,

il dio menefrego.

È l’idolatria dell’individualismo narcisistico basato sull’avere e possedere in modo ossessivo.

E, badate bene, che questo non riguarda solo i singoli, ma le nazioni intere , che aspirano ad adorare quegli dei a livello di sistema sociale.

La diffusione dell’ateismo e dell’irreligiosità come programma sistematicamente sviluppato dall’ideologia politica del marxismo, del fascismo e del nazismo, ha portato non solo all’opposizione a Dio, ma al disconoscimento dei valori supremi della metafisica.

La verità, il bene e il bello sono stati considerati un’alienazione, una proiezione della necessità umana in un piano trascendentale illusorio.

Tipico della società globalizzata è che, mentre si osserva da una parte uno stato di diritto completo e sofisticato, cresce in tutti gli ambiti un comportamento illegale: la corruzione, il traffico di sostanze illecite, la sospensione dei diritti dei lavoratori e della sicurezza sociale, il crimine organizzato e il ricorso alla violenza.

Vasti gruppi di persone sono vittime di queste tragiche forme di esclusione sociale in molte regioni del pianeta.

Tutti questi sono segni inequivocabili che mostrano come il criterio che domina la vita sociale è quello di una mentalità “neomalthusiana”, la quale non riconosce se non la selezione naturale dominata dai più forti.

E' inevitabile che la rinuncia alla ricerca e alla proclamazione dell’oggettività della verità e il disconoscimento della trascendenza della persona umana, porta a una rinuncia della dignità umana e a una cancellazione della libertà dalla quale la dignità nasce.

La libertà sorge quando l’essere umano raggiunge la certezza della verità ed è questa  la testimonianza di speranza di cui ha bisogno il mondo.

Soci ANTEAS siate testimoni di speranza! Voi volontari che volete rendere ragione di quello che fate, queste sono le vostre coordinate, a questi valori che si ispirano ad una pienezza della dignità della persona dovete corrispondere con le vostre iniziative e le vostre energie.

Proprio il 2001 è stato proclamato dall'ONU "anno internazionale del volontariato", a sottolineare che questo tema è e deve essere sempre all'attenzione di tutti gli stati e di tutte le nazioni. Premessa indispensabile a qualunque superamento delle diversità e delle sperequazioni in ogni angolo della terra.

Vedete, i pensionati di oggi si trovano davanti mediamente tutta la terza età, che va dai 60 agli 80 anni, prima di entrare nella quarta età che va dagli 80 usque ad finem.

Non è pensabile, in nessuna società, che milioni di persone perché pensionate siano lasciate inoperose, che energie culturali e professionali vadano disperse senza utilità sociale.

La cultura dei nostri giorni non offre una buona immagine dell’invecchiamento; semmai preferisce sostenere l’idea di poter rimanere giovani per sempre.

I messaggi trasmessi, specialmente da alcuni ambienti della ricerca scientifica tendono a convincerci che l’invecchiamento si può contrastare, facendoci sperare che la vecchiaia non esista.

La vecchiaia, invece, ci coinvolge direttamente e il nostro augurio è che tutti possiamo invecchiare.

Quindi noi vogliamo invecchiare, ma utilmente. L’ANTEAS: associazione nazionale per la solidarietà questo cromosoma ce l’ha addirittura nel logo prima che nello statuto.

Quindi anziani e non anziani attivi e protagonisti sulla scena di questa società.

Mi è cara una riflessione del vecchio filosofo greco Aristotele, proprio sui vecchi e sulla loro importanza nell’economia del sistema sociale.

Raccomandava Aristotele, che i giovani venissero cacciati dal mondo della filosofia perché non erano stati ancora umiliati dalla vita e non  ne avevano appreso i limiti.

L’invecchiare era considerato quindi come stato supremo della conoscenza.

Mentre lo scrittore moderno Gustav Frenssen (1863 - 1945), sostiene che il valore della vita si misura non dalla sua lunghezza ma dalla sua profondità.

Preghiera-anteas-modificata

Sono due considerazioni bellissime e suggestive, e credo che si sposino entrambe con i valori fondanti dell’ANTEAS.

Queste due citazioni non sono fatte a caso, perché il filosofo Aristotele non era certamente cristiano, e il suo pensiero ha fortemente influenzato il pensiero della Chiesa, soprattutto nel Medioevo e con San Tommaso d'Aquino, e questo vuol significare che il sentimento della solidarietà e della sussidiarietà non è patrimonio esclusivo del pensiero sociale cristiano, ma che è connaturato in tutte le persone di buona volontà  in tutte le nazioni del mondo.

E' molto stimolante per tutti noi avviare una riflessione sul fatto che questa Associazione riporta a lavorare e gratuitamente migliaia di persone nel Veneto, a beneficio complessivo di tutta la nostra comunità regionale.

Ecco perché le nostre radici sono importanti.

Perché solo da questo humus possono nascere e coltivarsi esperienze così coinvolgenti come l’ANTEAS.

Questi veneti che continuano a lavorare anche dopo aver lavorato, ma che lavorano con amore, ecco il segreto.

Vallo a spiegare al giornalista Stella che delle 230 sezioni dell’ANTEAS esistenti in tutta Italia, 130 sono qui nel Veneto!

Ecco perché l’ANTEAS regionale vuole rendere ragione di quello che fa.

Ecco perché i pensionati della FNP-CISL hanno promosso questa Associazione, che nello spirito dei fondatori è aperta a tutte le persone che hanno a cuore il bene comune.

Ecco perché dentro all’ANTEAS ci sono tutte le età e tutte le categorie sociali, e tutti volontari!

Il volontariato. Questo termine così di attualità e così abusato che si estende dai missionari che sono il simbolo della gratuità e del dono di sé, ai soldati della NATO volontari a 3000 euro al mese. E sono tutti volontari, ma quanta differenza!

Quale volontariato propone l’ANTEAS?

Un volontariato autonomo,

un volontariato gratuito,

un volontariato solidale,

un volontariato democratico,

un volontariato legale.

Queste sono le coordinate, e su questo sistema di riferimento si costruiscono le basi che portano a quella sensibilità e a quell’apertura sociale per interpretare le cause della sofferenza e dell’emarginazione, del disagio nella società; perché individuate le cause si stimolino le risposte.

In questa apertura si colloca la collaborazione con la FNP-CISL, tramite politico per le istanze emergenti dal territorio.

E' necessario anche essere consapevoli che, e per fortuna, non siamo soli nel mondo del volontariato e degli anziani e del disagio sociale; e che è indispensabile la collaborazione con le altre entità presenti nel nostro territorio.

Quello che conta per noi in questo contesto sociale e politico è essere visibili con le nostre idee e le nostre proposte, per rendere testimonianza delle nostre radici e dei nostri valori.

La memoria del passato deve essere la profezia dell’avvenire.

E allora quali iniziative sollecitare al nostro interno e quali messaggi far arrivare all’esterno?

Mi limito solo a due indicazioni. Bisogna essere consapevoli e non strafare.

Primo. E' assolutamente necessario che l’ANTEAS  in collaborazione con le altre realtà del volontariato, si attivi per il potenziamento del loro ruolo all'interno dei Centri provinciali di servizio per il volontariato. E' quanto mai urgente che le associazioni si attivino per la realizzazione concreta di quanto previsto dalla legge statale 266 del 1991 e dalla legge regionale 40 del 1993. Esistono finanziamenti cospicui che aspettano solo di essere utilmente impiegati per progetti che andranno certamente ad aumentare il benessere sociale diminuendo il disagio delle persone esposte a queste necessità.

Ancora, riuscire ad essere parte attiva e propositiva nelle Consulte provinciali per il volontariato per realizzare quel modello sistemico della rete di associazioni che fanno sintesi della domanda di disagio o di esclusione o di emarginazione sociale.

Secondo. E' altrettanto assolutamente necessario che dentro all’ANTEAS e nelle altre associazioni venga sviluppato il modello dell’auto-aiuto come metodo di attenuazione ed eliminazione del  disagio. Si pensi alla realtà delle dipendenze di tutti i tipi, e ai successi ottenuti dai gruppi di auto-aiuto. E' certamente utile applicare questo modello a tutte le realtà che sono investite dal disagio, dalle residenze sanitarie assistenziali, ai centri diurni, ai ceod, e così via.

Come vedete, l’ANTEAS non vuole essere solo forza di servizio e di gratuità, ma vuole diventare forza di cambiamento, agente di integrazione sociale e di collaborazione e integrazione tra le generazioni.

Sono obiettivi ambiziosi? Certo che lo sono! Ma guai a non avere dei sogni, dei miraggi.

Anche Cristoforo Colombo è partito quella volta “par el ponente par buscar el levante” e si è trovato a scoprire il nuovo mondo.

Guai a non sognare!

Intanto però siamo certi di una cosa: l’anziano è una risorsa per la nazione. Non solo costi ma anche opportunità.

Di dare e fare servizi alla società.

Noi siamo per l’anzianità responsabile, ed è su questo tema che andranno condotte le riflessioni future sul ruolo dell’anziano nella nostra società.

Concludendo e parafrasando un versetto del Vangelo di Luca che dice: “….nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio….”; così possiamo dire per i soci dell’ANTEAS: sono persone che hanno preso un’iniziativa di grandissimo valore sociale, e se sono arrivati a formarsi 130 gruppi nel Veneto, è certo che non si sono voltati indietro, anzi, hanno contagiato i vicini e contaminato il territorio.

L’ultimo congresso regionale della FNP-CISL parlava proprio di questo: abitare il territorio.

Questo è il motto e lo stimolo profetico che muove l’FNP e l’ANTEAS.

E allora cari soci dell’ANTEAS:  "ducite in altum",  prendete il largo! E che il vento vi sia propizio!

anteas vicenza

 

Mercoledì, 02 Luglio 2014 18:07

LE RETI DI RELAZIONI: IL NETWORKING

PREFAZIONE

Nella mia interessante attività di studioso di comunicazione e di docente ho tentato, con le diapositive allegate, di mettere a fuoco i capisaldi dell’esperienza maturata nel condurre gruppi di lavoro.

Il nostro ambiente sociale e professionale è ormai pervaso dalla iperconnettività. Il web ha prodotto una tale rivoluzione nella gestione delle relazioni umane che è sempre più farraginoso controllarle. Le reti di relazioni sono talmente pervasive del nostro modo di vivere e di lavorare che se non riusciamo a trovare una qualche strategia di difesa, rischiamo di venirne travolti e soggiogati.

L’approccio che utilizzo per inquadrare il fenomeno è quello basato sulle scoperte fatte negli ultimi anni nel campo delle neuroscienze, in particolare nella gestione della comunicazione e delle relazioni che ne scaturiscono, basato sulla Programmazione Neurolinguistica.

Come è naturale che sia, l’esposizione è sintetica ma ricca di spunti di riflessione e di intuizioni profetiche. Sia i primi che le seconde, le lascio alla sensibilità del navigatore, alla persona che leggendo incuriosita dalla ricchezza degli stimoli e dall’ affascinante mix di citazioni e di grafici, può in modo autonomo approfondire e sviluppare per migliorare la propria cenestesi in rapporto al mondo che la circonda.

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A QUESTO PUNTO DELLA RIFLESSIONE NON POSSO FARE A MENO DI LASCIARVI UN PAIO DI "CHICCHE" CHE AIUTANO ANCORA MEGLIO A INQUADRARE IL FENOMENO. LA PRIMA E' DEL NOTO NICOLO' MACCHIAVELLI CHE IN PIENA RIVOLUZIONE RINASCIMENTALE HA COMUNQUE SAPUTO LEGGERE I FATTI DELLA VITA CON L'OCCHIO DISINCANTATO DEL PROFETA.

LA SECONDA E' DEL MENO NOTO, MA NON MENO EFFICACE, SOCIOLOGO-ECONOMISTA FRANCESE HENRI DESROCHE, (1914 - 1994), CHE PROVOCA UN'ULTERIORE E SUGGESTIVA RIFLESSIONE SULL'APPROCCIO MOTIVAZIONALE NELLA SCELTA DELLE STRATEGIE DI SUCCESSO IN TUTTI GLI AMBITI DELLA VITA DELLE PERSONE.

MACHIAVELLI

 

file per giò

 

 

Giovedì, 29 Maggio 2014 15:49

25° CONGRESSO DEGLI AMICI DI TERRA SANTA

1° GIUGNO 2014 CONVENTO DELLA CHIESA VOTIVA – COMMISSARIATO DELLA CUSTODIA FRANCESCANA DI TERRA SANTA

LOCANDINA CONGRESSO

I PONTEFICI DI ROMA E LA TERRA SANTA. SECONDA PARTE

Papa Benedetto XVI messaggero di riconciliazione nelle terre di Gesù dopo la lezione di Regensburg.

8 – 15 maggio 2009

Sono convinto che non si possa parlare, in modo adeguato, del pellegrinaggio di Papa Ratzinger nei Luoghi di Gesù se non si inizia dall’evento che lo ha portato sulla scena mediatica in modo drammatico, quando il 12 settembre 2006 ha tenuto una relazione al corpo accademico dell’Università di Regensburg in Germania, provocando notevoli manifestazioni di piazza tra i musulmani in tutto il mondo. Ci furono assalti a chiese e ambasciate e anche qualche omicidio.

Queste conseguenze drammatiche hanno confermato, ove ce ne fosse ancora bisogno, che l’ideologia islamica ha il germe della violenza proprio nel pensiero religioso mutuato dalla legge coranica.

Cosa aveva detto Benedetto XVI di così grave da suscitare la reazione violenta alla sua lezione accademica?

In quella occasione il Papa aveva citato un famoso brano riportato dall’imperatore di Costantinopoli, Manuele 2° Paleologo (1348 – 1425), nel suo libro “I dialoghi con un persiano”, libro dimenticato da molti intellettuali cattolici, ma conosciuto da tanti studiosi di Storia delle religioni.

Il libro riporta dei ragionamenti tra un sapiente musulmano, di origine persiana, e l’imperatore stesso, intorno alle caratteristiche fondamentali delle due religioni: la cristiana e la musulmana, e l’imperatore aveva fatto presente, mettendolo in dubbio, come potesse essere una buona religione, quella musulmana, che ha visto il suo profeta Maometto macchiarsi del sangue dei nemici, ebrei in particolare.

Probabilmente, il culmine dell’argomentare di Manuele II si trova nell’espressione: «Il non agire secondo ragione è alieno da Dio» (VII, 3). Questa convinzione accompagna certamente l’intera tradizione cristiana da sempre; la sua concettualizzazione, comunque, trova terreno fecondo ai tempi di Alberto Magno e Tommaso d’Aquino. Non è il caso di far riferimento ai testi di Agostino o di Anselmo in proposito. Non è questa la sede.

Ricordo che la riflessione del Papa ai docenti dell’Università di Regensburg, dove lui aveva insegnato da giovane sacerdote, riguardava la ragionevolezza della fede religiosa, e che non si poteva certamente ritenere ragionevole una fede religiosa, come la islamica, che prevedeva di dare la morte ai civili con i kamikaze, e ai musulmani che cambiavano religione, con la lapidazione.

Ragione e fede devono riprendere inevitabilmente il loro cammino comune. Benedetto XVI, a più riprese, ha ribadito che questa strada non solo permette al cristianesimo di essere fecondo nella via dell’evangelizzazione, ma consente anche ai non credenti di accogliere il messaggio di Gesù Cristo, come ipotesi carica di senso e decisiva per l’esistenza.

L’originalità del Cristianesimo sta tutta nella risposta che Gesù dà nel Cap. 14 di Giovanni: “Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?».Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta».Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere. Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse”.

Ecco, questa è la sostanza del credo cristiano, e questo ci serve per immergerci nel significato storico e pastorale del pellegrinaggio di papa Benedetto XVI.

Per gustare dentro al nostro cuore tutta la spiritualità del Papa ho ritenuto di partire dalla fine del suo itinerario.

Al ritorno dalla sua visita in Terra Santa Benedetto XVI  ha fatto la sintesi della sua esperienza affermando che il suo è stato il pellegrinaggio per eccellenza alle sorgenti della fede; e al tempo stesso una visita pastorale alla Chiesa che vive in Terra Santa: una Comunità di singolare importanza, perché rappresenta una presenza viva là dove essa ha avuto origine.

La visita di Benedetto XVI in Terra Santa è carica d'importanza storica e spirituale.

Le sue parole per la Terra Santa sono parole di sostegno e incoraggiamento per chi cerca la pace, per chi cerca unità, e per chi cerca la forza di non abbandonarla.

Papa a gerusalemme

 Papa Benedetto XVI in preghiera al Santo Sepolcro

 “La Chiesa in Terra Santa, che ben spesso ha sperimentato l’oscuro mistero del Golgota, non deve mai cessare di essere un intrepido araldo del luminoso messaggio di speranza che questa tomba vuota proclama. Il Vangelo ci dice che Dio può far nuove tutte le cose, che la storia non necessariamente si ripete, che le memorie possono essere purificate, che gli amari frutti della recriminazione e dell’ostilità possono essere superati, e che un futuro di giustizia, di pace, di prosperità e di collaborazione può sorgere per ogni uomo e donna, per l’intera famiglia umana, ed in maniera speciale per il popolo che vive in questa terra, così cara al cuore del Salvatore”.

Così Benedetto XVI incoraggia i presenti che lo ascoltano davanti alla Tomba vuota, quella stessa "che cambiò la storia dell'umanità".

Un viaggio, insomma, nel segno della fede e della speranza.

La Pace nel segno di San Francesco. Più di una volta il Sommo Pontefice ha ringraziato i frati della Custodia per il lavoro svolto in Terra Santa. Egli ha riconosciuto il ruolo dei frati come componente necessaria a costruire la pace, ricordando a tutti che San Francesco stesso è stato un "grande apostolo della pace e della riconciliazione".

Mai più spargimento di sangue! Mai più massacri! Mai più terrorismo! Mai più guerra! Spezziamo invece il circolo vizioso della violenza»: è il grido di Ratzinger.

sinodo dei vescovi medio oriente 3

 

Fra Pierbattista Pizzaballa o.f.m., responsabile della Custodia Francescana di Terra Santa

Passiamo, ora, in rassegna alcuni passi significativi di questo pellegrinaggio papale. Sul volo che da Roma lo porta ad Amman, Benedetto XVI dice ai giornalisti: «Cerco di contribuire per la pace non come individuo ma in nome della Chiesa cattolica e della Santa sede. Noi non siamo un potere politico ma una forza spirituale e questa forza spirituale è una realtà che può contribuire per i progressi nel processo di pace».

Papa Ratzinger sull'aereo parla anche della necessità di un dialogo a tre, che coinvolga le grandi religioni abramitiche, «nonostante la diversità delle origini».

«Abbiamo radici comuni – dice – il cristianesimo nasce dall’Antico Testamento e la scrittura del Nuovo Testamento senza l’Antico non esisterebbe. Ma anche l’islam è nato in un ambiente dove era presente sia la legge dell’ebraismo sia diversi rami del cristianesimo, e tutte queste circostanze si riflettono nella tradizione coranica così che abbiamo insieme tanto dalle origini e nella fede nell’unico Dio». Dunque «è importante» avere anche il «dialogo trilaterale». «Io stesso – ricorda – ero cofondatore di una fondazione per il dialogo tra le tre religioni».

All’aeroporto di Amman, il Pontefice è accolto con grande simpatia dal re Abdullah II e dalla regina Rania. Nel primo discorso in terra giordana, Benedetto XVI ringrazia il sovrano ashemita per la libertà religiosa di cui gode la minoranza cristiana, che qui può costruire liberamente i suoi luoghi di culto: il Papa benedirà sul luogo del battesimo di Gesù le prime pietre di alcune nuove chiese.

«La libertà religiosa è certamente un diritto umano fondamentale ed è mia fervida speranza e preghiera che il rispetto per i diritti inalienabili e la dignità di ogni uomo e di ogni donna giunga ad essere sempre più affermato e difeso, non solo nel Medio Oriente, ma in ogni parte del mondo». Ratzinger esprime il suo «profondo rispetto per la comunità musulmana», ricordando le iniziative che favoriscono «un’alleanza di civiltà tra il mondo occidentale e quello musulmano, smentendo le predizioni di coloro che considerano inevitabili la violenza e il conflitto».

il principe di giordania e benedetto xvi

 

Papa Benedetto XVI e il principe Ghazi bin Muhammad Bin Talal

Il 9 maggio Benedetto XVI, dopo aver benedetto la prima pietra della nuova università cattolica del patriarcato latino, entra nella moschea «Al Hussein bin-Talal» di Amman, accolto dal principe Ghazi Bin Muhammad Bin Talal, cugino di re Abdullah II e ispiratore della lettera dei 138 intellettuali che avevano aperto un dialogo con il Vaticano dopo il discorso di Ratisbona del 2006. Insieme visitano il museo annesso, dov’è conservata la lettera di Maometto, scritta su pelle di gazzella, inviata all’imperatore Eraclio I di Bisanzio per chiedergli di convertirsi all’islam. Nel grande atrio, antistante la sala di preghiera, Ghazi, personalità carismatica, rivolge al Pontefice parole che intendono chiudere ogni malinteso e aprire una stagione nuova di collaborazione e di dialogo. Elogiando Ratzinger per il suo «coraggio morale» di parlare secondo coscienza, senza seguire «le mode del giorno», come ad esempio nel caso della liberalizzazione della messa tridentina. Nel rispondergli, il Papa fa notare come «spesso, sia la manipolazione ideologica della religione, talvolta a scopi politici, il catalizzatore reale delle tensioni e delle divisioni e non di rado anche delle violenze nella società».

Nel suo primo discorso in Israele Benedetto XVI chiede anche una pace giusta che ponga fine al conflitto israelo-palestinese e una patria «all’interno di confini sicuri» per entrambi i popoli. Non pronuncia la parola «Stati», parla di «patria» (homeland nel testo originale inglese) ma il senso della frase è sicuramente quello. «Supplico quanti sono investiti di responsabilità – aggiunge il Papa – ad esplorare ogni possibile via per la ricerca di una soluzione giusta alle enormi difficoltà, così che ambedue i popoli possano vivere in pace in una patria che sia la loro, all’interno di confini sicuri ed internazionalmente riconosciuti».

Il presidente Simon Peres aveva salutato Benedetto XVI parlandogli in latino: «Ave Benedicte princeps fidelium, qui visitat Terram Sanctam hodie». E gli aveva detto che in Israele le diverse comunità religiose sono libere di professare il loro credo e tutelate. Il Papa insiste su questo: «È mia fervida speranza che tutti i pellegrini ai luoghi santi abbiano la possibilità di accedervi liberamente e senza restrizioni, di prendere parte a cerimonie religiose e di promuovere il degno mantenimento degli edifici di culto posti nei sacri spazi».

Nel pomeriggio, la visita allo Yad Vashem, il memoriale della Shoah. Benedetto XVI parla sottovoce, è raccolto, concentrato, teso, Papa Ratzinger, mentre ravviva la fiamma che arde perennemente nella sala, mentre depone una corona di fiori bianchi e gialli o ascolta la struggente preghiera cantata dal rabbino per commemorare i martiri ebrei.

Il discorso pronunciato sottovoce dal Papa tedesco è intessuto di pudore e di rispetto. «Sono qui per soffermarmi in silenzio davanti a questo monumento eretto per onorare la memoria dei milioni di ebrei uccisi nell’orrenda tragedia della Shoah». Persone che «persero la propria vita, ma non perderanno mai i loro nomi», perché essi sono «incisi nei cuori dei loro cari», sono «incisi nei cuori» di chi non vuole permettere mai più «un simile orrore», sono incisi «in modo indelebile nella memoria di Dio».

    

Il pellegrinaggio di Ratzinger in questa regione è riuscito bene. Si trattava forse della trasferta più difficile del suo pontificato. Il Papa doveva parlare ai cristiani, che lo avevano inizialmente sconsigliato di venire, dato il momento particolarmente difficile che si trovano a vivere e la delicatezza del quadro politico; doveva parlare agli ebrei dopo i mesi difficili del caso del vescovo negazionista Williamson (dopo la revoca della scomunica e le polemiche del gennaio 2009); doveva parlare ai musulmani chiudendo definitivamente le polemiche suscitate dalla lezione di Regensburg (2006) Benedetto XVI è riuscito a dire tutto ciò che aveva da dire e che andava detto con chiarezza dalla Santa Sede, evitando ogni possibile trappola sul suo cammino.

Ha parlato ai cristiani, invitandoli a non abbandonare la Terrasanta, incitandoli a resistere, come elemento insostituibile di pacificazione e unità in una realtà lacerata dall’odio e dai conflitti. Ha parlato al mondo ebraico e allo Stato d’Israele, senza farsi strumentalizzare come più d’uno temeva alla vigilia: ha pronunciato parole forti contro l’antisemitismo; al memoriale dello Yad Vashem ha mandato un messaggio chiarissimo a chi nega o sminuisce la Shoah. Con lucidità e coraggio Ratzinger, proprio nell’occasione più delicata del viaggio, la visita al memoriale dell’Olocausto, ha voluto ricordare che la Chiesa si schiera oggi accanto a quanti soffrono persecuzioni a causa della razza, del colore, della condizione di vita o della religione. Ad Israele ha spiegato che la sicurezza non può essere mai disgiunta dalla giustizia e dal rispetto dei diritti umani di tutti.

Ma altrettanto significativo e interessante è anche il messaggio riguardante l’islam e il dialogo tra le religioni. Smentendo quanti hanno cercato di arruolarlo nella schiera dei sostenitori dello scontro di civiltà, Ratzinger si è presentato infatti come paladino dell’«incontro di civiltà» e del dialogo con le religioni, a cominciare dall’islam.

È necessario chiudere questa breve sintesi ripartendo da dove avevo iniziato il mio argomentare riguardo alla lezione tenuta da papa Benedetto XVI a Regensburg, per mettere in evidenza quale sia l’approccio corretto nella costruzione del dialogo con l’Islam.

Innanzitutto esplicitare in modo inequivocabile la Verità contenuta nelle rispettive scritture: Vangelo e Corano. Papa Benedetto XVI ha avuto il coraggio di denunciare il fatto che non può esistere ragionevolmente un dio che ordini di uccidere i credenti di altre religioni. L’effetto della denuncia ha sì provocato reazioni scomposte alimentate dal sistema mediatico delle agenzie di stampa, ma ha anche provocato la riflessione di molti studiosi e religiosi islamici che sotto lo stimolo del principe ereditario di Giordania Ghazi Bin Muhammad Bin Talal hanno scritto una lettera molto bella al Papa dando avvio a una cooperazione tra le due religioni per la mutua conoscenza. Questa iniziativa si va realizzando con incontri periodici e c’è la volontà di arrivare a un punto di riconoscimento reciproco delle proprie radici per mettere in comune quanto può essere messo con lo scopo primario di costruire una umanità più libera, più aperta, più solidale.

APPUNTO SULLA LEZIONE DI REGENSBURG.

Papa: Fede e ragione per sfuggire alla violenza e al suicidio dell' Illuminismo

Nel settimo colloquio (dialexis – controversia) edito dal professore Theodore Khoury (Münster) del dialogo che il dotto imperatore bizantino Manuele II Paleologo, forse durante i quartieri d'inverno del 1391 presso Ankara, ebbe con un persiano colto su cristianesimo e islam e sulla verità di ambedue, l'imperatore tocca il tema della jihād (guerra santa). Sicuramente l'imperatore sapeva che nella sura2, 256 si legge: "Nessuna costrizione nelle cose di fede". È una delle sure del periodo meccano iniziale in cui Maometto stesso era ancora senza potere e minacciato. Ma, naturalmente, l'imperatore conosceva anche le disposizioni, sviluppate successivamente e fissate nel Corano, circa la guerra santa. Senza soffermarsi sui particolari, come la differenza di trattamento tra coloro che possiedono il "Libro" e gli "increduli", egli, in modo sorprendentemente brusco, si rivolge al suo interlocutore semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo: "Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava". L'imperatore spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell'anima. "Dio non si compiace del sangue; non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell'anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia… Per convincere un'anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte…".

L'affermazione decisiva in questa argomentazione contro la conversione mediante la violenza è: non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio.

Giovedì, 29 Maggio 2014 15:08

25° CONGRESSO DEGLI AMICI DI TERRA SANTA

1° GIUGNO 2014 CONVENTO DELLA CHIESA VOTIVA – COMMISSARIATO DELLA CUSTODIA FRANCESCANA DI TERRA SANTA

I PONTEFICI DI ROMA E LA TERRA SANTA. PRIMA PARTE

GIOVANNI PAOLO II PELLEGRINO IN TERRA SANTA: DALLA TERRA DEI MARTIRI DI AUSCHWITZ A QUELLA DEI PROTOMARTIRI CRISTIANI.

20 – 26 marzo 2000

Desidero iniziare questa mia breve relazione sul pellegrinaggio di Giovanni Paolo II ricordando un pensiero di san José Maria Escrivà, fondatore dell’Opus Dei, famiglia religiosa cui il pontefice era particolarmente legato. La mia decennale collaborazione con mons. Antonio Mistrorigo proprio qui a Treviso, mi ha consentito di ascoltare con commozione e interesse le confidenze che il Papa faceva al nostro carissimo fondatore degli Amici di Terra Santa e sul grande interesse che nutriva per questa nuova e originale prelatura, durante le sei estati passate nel castello di Mirabello a Lorenzago di Cadore. Monsignor Antonio me ne parlava con entusiasmo, perché all’epoca ero un cooperatore dell’Opus Dei a Venezia e quindi c’era una intesa profonda tra noi due quando affrontavamo i nostri  programmi di conferenze.

San José Maria diceva: “Cerca, trova, ama Gesù. Se queste parole si imprimono nel tuo cuore avrai un profondo desiderio di vedere la Terra Santa, perché qui vieni a trovare Cristo, qui trovi dove è stato, e il tuo amore per Lui sarà più profondo”.

Il nostro santo pontefice passato, ormai, alla storia come il più grande degli apostoli e dei missionari è destinato a rimanere un esempio da imitare nei secoli sul come andare per il mondo a testimoniare Gesù Cristo e il suo insegnamento.

Una delle caratteristiche peculiari che risaltano di questo Papa è la sua «spiritualità geografica». Giovanni Paolo II, infatti, aveva parlato di questa sua dimensione qualche anno prima, con alcuni giornalisti in aereo. «Il Papa deve avere una geografia universale [...] Io vivo sempre in questa dimensione spostandomi idealmente lungo il globo. Ogni giorno c'è una geografia spirituale che percorro. La mia spiritualità è un po' geografica»

I «luoghi santi», per i cristiani, sono qualcosa di originale. Per il cristiano ogni luogo è santo: «Dio è ugualmente presente in ogni angolo della terra, sicché il mondo intero può considerarsi 'tempio' della sua presenza» ribadiva il Papa nel suo argomentare. Gesù aveva detto alla Samaritana, che gli chiedeva su quale monte adorare Dio, che il Padre cerca adoratori in «spirito e verità»: «Né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre» (Gv 4,21). Il nuovo tempio è Gesù. Ma la salvezza cristiana ha innegabilmente una storia e una geografia: «La concretezza fisica della terra e le sue coordinate geografiche fanno tutt'uno con la verità della carne umana assunta dal Verbo» affermava Giovanni Paolo II. Ci sono luoghi della memoria di Dio. Questa è la visione cristiana del luogo santo: il pellegrino li visita per ricordare e venerare le orme di Dio. Per questo Giovanni Paolo II è voluto andare in Terra Santa. Non certo per rivendicare il suo carattere cristiano. Anzi, nei suoi scritti, ribadisce di nuovo la condanna delle crociate. Il modello di pellegrinaggio di Giovanni Paolo II è quello di Francesco d'Assisi.
Bisogna ritornare alla testimonianza del santo di Assisi, grande viaggiatore nel mondo del suo tempo, che volle varcare tutte le frontiere, anche quelle che sembravano più impenetrabili, come i confini dell'islam, allora considerato l'«impero del male». Francesco, voleva recarsi in Terra Santa e capì che si doveva trovare un rapporto nuovo con l'islam, diverso dalla guerra santa e dalle crociate. Fu una grande intuizione evangelica, rivoluzionaria politicamente e culturalmente. Francesco parlò ai musulmani e il suo vangelo in Egitto fu un pellegrinaggio di pace. Il dialogo interreligioso ha in Francesco un esempio intramontabile.

Giovanni Paolo al muro del pianto

Papa Giovanni Paolo II mentre prega al Muro del Pianto a Gerusalemme il 26 marzo 2000


Giovanni Paolo II ha guardato ai figli di san Francesco e ai cristiani d'Oriente come ai fedeli che hanno voluto «interpretare in modo genuinamente evangelico il legittimo desiderio cristiano di custodire i luoghi in cui affondano le nostre radici spirituali». I luoghi santi con la testimonianza della povertà francescana e della liturgia d'Oriente sono stati due potenti strumenti per lo sviluppo della spiritualità del pellegrinaggio. Giovanni Paolo II si connette a questi due grandi filoni della spiritualità cristiana. Egli è andato in Terra Santa con lo spirito di Francesco e con grande amore per i cristiani d'Oriente. Verso di loro c'è un grande desiderio di unità, che si concretizza in una proposta che il Papa fa con un tono sommesso e fraterno: «Sarei felice - egli affermava - se insieme potessimo radunarci nei luoghi della nostra origine comune, per testimoniare Cristo nostra unità e confermare il reciproco impegno verso il ristabilimento della piena comunione».
Le divisioni, all'inizio della storia del cristianesimo, sono nate in Oriente e nel Mediterraneo. Da lì deve venire il segno dell'unità. Il Papa vuole l'incontro con gli altri leader cristiani alla luce dei Luoghi Santi, come un ritorno alla Chiesa indivisa. È il significato dello storico incontro tra Paolo VI e il patriarca ecumenico Athenagoras, proprio a Gerusalemme, all'inizio del cammino ecumenico durante il Concilio Vaticano II. Nei Luoghi Santi, a Ur dei Caldei, patria di Abramo, al Sinai e al monte Nebo, nelle città degli Atti degli apostoli, Damasco e Atene, il Papa pensa di ravvivare l'amore tra i cristiani e il dialogo tra questi, gli ebrei e i musulmani.

Un esempio significativo della feconda eredità lasciata da Giovanni Paolo II in queste terre martoriate dalla violenza e dalle guerre, è stata la recente peregrinazione in Libano della reliquia di san Giovanni Paolo II, la stessa contenente il sangue del Santo che gira il mondo dalla beatificazione del 2010.  Questa del Libano è stata la prima uscita della reliquia dal giorno della canonizzazione. La prima tappa del pellegrinaggio è stata dunque una terra legata “fortemente” a Karol Wojtyla; lui stesso vantava uno stretto legame con il Libano, che per diversi aspetti gli ricordava la Polonia: per la sua storia, per la sua quotidianità, ma soprattutto per il suo essere crocevia di incontro tra varie religioni e culture, con la vocazione al dialogo e alla tolleranza.

Il momento culminante di questa esperienza, è stato l’incontro nel Palazzo del Patriarcato maronita, a Beirut che ha chiuso la tre giorni. L’atrio del Palazzo ha visto un afflusso enorme di gente che voleva rendere omaggio al Santo polacco. Tra questi anche il presidente della Repubblica Michel Sleiman, prossimo alla scadenza, che ha dato il patrocinio  e ha voluto unirsi personalmente all'incontro, e tutti i rappresentanti delle religioni del Libano. Alcuni di loro hanno anche pronunciato dei discorsi, in arabo, sulla figura del Santo: “Un messaggio favorevole molto bello relativamente agli insegnamenti del Pontefice, al dialogo interreligioso, alla tolleranza, all’incontro, ai valori fondamentali”, ha commentato monsignor Slavomir Oder, postulatore della causa di canonizzazione.

“Da che il Libano era l’unico paese della Lega Araba a maggioranza cristiana, oggi la comunità è diminuita”, sottolinea mons. Oder. È tuttavia una comunità “dalla fede viva, autentica, essa però necessita di sostegno, preghiera, segni di solidarietà e vicinanza da parte di tutta la Chiesa”.

In tal senso, un segnale forte sarà il viaggio di Papa Francesco in Terra Santa dal 24 al 26 maggio: “Anche lui, come i suoi predecessori, - osserva il postulatore - vuole dare un segno: da una parte, della nostra comune eredità che ha un suo punto di riferimento nella fede di Abramo, dall’altra, di sostegno per i cristiani che rimangono lì come testimoni dell’evento di Dio che ha scelto quel luogo come terra della sua definitiva Rivelazione in Gesù Cristo”.  

Uno dei momenti che hanno segnato in modo indelebile il pellegrinaggio di Giovanni Paolo II è stata la preghiera al Muro del pianto. Anche se molti commentatori sono rimasti prigionieri della sindrome del «non è mai abbastanza», si è aperta una pagina nuova, sia per i cristiani che per gli ebrei: passare dal dialogo alla riconciliazione.

 

Nessuno dimenticherà mai quel mattino terso a Gerusalemme, quando Giovanni Paolo II, il capo chino e a passi lentissimi, si è avvicinato al Muro del pianto. Ci sono immagini che restano impresse per sempre. Immagini che fanno storia. Quel mattino del 26 marzo il cielo azzurro, che sovrasta la Cupola della roccia e i resti del Secondo Tempio, era stato solcato da un grappolo di palloncini recanti la bandiera palestinese. Qualche elicottero sorvolava i tetti. La città vecchia di Gerusalemme era immersa nel silenzio, che si avverte quando passa l’Angelo della storia. A pochi metri dallo spiazzo sgombro dove si trovava il Pontefice, separati da una cortina di tela, piccoli gruppi di ebrei ortodossi mormoravano le loro preghiere oscillando ritmicamente dinanzi all’antica muraglia. 
Anche Giovanni Paolo II pregava. Solo, solissimo. Massiccio e fragile al tempo stesso. Le spalle incurvate e il viso reso più affilato dall’implosione mistica. Quasi una statua. Un blocco bianco davanti alle pietre grigio argento del muro eretto da Erode. Unica macchia di colore i mocassini rossicci, che sbucavano dalla veste bianca. 
Il grande muro, bagnato dalle lacrime di generazioni di ebrei, Karol Wojtyla l’ha voluto toccare. Le telecamere hanno ritrasmesso in tutto il mondo la sua mano tremante, appoggiata a un grande masso scheggiato. Toccare il muro significa fondersi con duemila anni di storia, toccare ciò che Gesù Cristo ha visto realmente con i propri occhi e sfiorato con le proprie mani. 
Nelle fessure del muro il Pontefice lascia, vergato su pergamena, il mea culpa pronunciato in San Pietro due settimane prima. Lo lascia con la stessa fiducia con cui gli ebrei osservanti affidano alle crepe della muraglia le loro preghiere e speranze scritte su minuscoli bigliettini, che è vietato toccare. «Dio Padre» sta scritto sulla pergamena firmata semplicemente Joannes Paulus «tu hai scelto Abramo e i suoi discendenti per portare il tuo nome alle nazioni. Noi siamo profondamente rattristati per il comportamento di coloro che nel corso dei secoli hanno causato sofferenze ai tuoi figli e, mentre chiediamo perdono, vogliamo impegnarci a vivere in autentica fraternità con il popolo dell’Alleanza». 
Adesso la pergamena è religiosamente custodita nel memoriale di Yad Vashem. 

Papa giovanni paolo 2 e ehud barak

 

Giovanni Paolo II con il premier israeliano Ehud Barak il 21 marzo 2000.

In tutti i discorsi ufficiali da parte ebraica non è mai stato nominato Gesù.

Il viaggio in Terra Santa di Giovanni Paolo II, svoltosi dal 21 al 26 marzo in Giordania, Israele e nei territori dell’Autorità Palestinese, ha rappresentato certamente l’apice delle sue missioni internazionali. In un certo senso, è stata la summa dei suoi pellegrinaggi intorno al mondo. Benché gli aspetti politici siano sotto gli occhi di tutti, sarebbe un errore dimenticare che per Giovanni Paolo II il viaggio è stato più di ogni altra cosa un evento mistico. Il Papa ha vissuto con profonda commozione e trasporto il suo, passaggio la sua sosta, la sua preghiera nei luoghi della nascita, predicazione e passione di Gesù Cristo. C’era già stato, quasi quaranta anni fa da vescovo durante una pausa del Concilio. Ma adesso Karol Wojtyla era lì da successore di Pietro e da servo sofferente, che conduce la Chiesa nel terzo millennio. Il momento culminante di venti anni di pontificato. Raccontano che in certi luoghi è stato difficile strapparlo alla meditazione e riportarlo ai doveri del programma. D’altronde, il suo ritorno al Golgota, letteralmente poco prima di partire per Roma, rivela la sua sete di spiritualità e di condivisione con il mistero dell’Agnello. Il mondo si è piuttosto concentrato su tre aspetti: il conflitto israelo‑palestinese, le relazioni fra Vaticano e Stato d’Israele, i rapporti tra Chiesa cattolica ed ebraismo. 

giovanni paolo 22 e yasser arafat

Giovanni Paolo II e Yasser Arafat presisente dell'Autorità Palestinese.

In ognuno di questi campi Giovanni Paolo II ha dato un impulso. La firma dell’accordo vaticano-palestinese a metà febbraio, resa più solenne da un nuovo incontro di Arafat con Giovanni Paolo II, è parte integrante del suo, pellegrinaggio politico in Terra Santa. Il Vaticano ricorda la cornice internazionale di una giusta pace: rispetto delle risoluzioni delle Nazioni Unite, legittimità dell’aspirazione ad uno Stato palestinese, garanzie internazionali per Gerusalemme, inammissibilità di mutamenti unilaterali dello status della Città santa, definiti inequivocabilmente «moralmente e legalmente inaccettabili». 
Un atto significativo, che ha fissato i paletti e sgomberato il campo dalla necessità che Giovanni Paolo II fosse costretto a sgradevoli puntualizzazioni durante il suo viaggio in Terra Santa. Una volta a Gerusalemme, il Papa si è dunque potuto concentrare su un messaggio di pace, riconciliazione e convivenza. La visita del Pontefice a Betlemme, città sotto bandiera palestinese, ha riaffermato visibilmente l’appoggio del Vaticano alla nascita di uno Stato palestinese e al diritto al ritorno dei profughi sparsi nel Medio Oriente. 
Sul piano dei rapporti bilaterali fra Vaticano e Israele, il viaggio segna indubbiamente il compimento della piena normalizzazione. Lontani e archiviati sono i tempi in cui Paolo VI sembrava imbarazzato di trovarsi sul suolo israeliano, non lo nominava nemmeno e veniva ricambiato da un clima di cortese gelo. Giovanni Paolo II, venuto dalla terra di Auschwitz, stretto da vincoli di amicizia a molti che sono periti o scampati alla fornace dei lager nazisti, ha fortemente voluto l’allacciamento delle relazioni diplomatiche con Israele e non ha mai cessato di levare la voce contro vecchie e nuove forme di antisemitismo. La sua gioia di ritornare nella terra ridiventata dopo secoli patria e focolare degli ebrei era assolutamente sincera. L’incontro con il presidente e il premier israeliani ha dato il suggello a relazioni finalmente serene. 
Però il carattere eccezionale del viaggio si è riflesso principalmente nei rapporti con l’ebraismo. C’è anzitutto un aspetto umano. Per la prima volta milioni di ebrei di Israele hanno imparato a conoscere cos’è un papa, cos’è la Chiesa cattolica. In un immaginario in cui troppo spesso si sovrappongono le immagini della croce e del campo di concentramento, sullo sfondo di una memoria storica in cui il pulpito cristiano rievoca semplicemente i roghi, l’arrivo di Giovanni Paolo II ‑ con la mole di reportage preliminari da parte di giornali, radio e televisioni ‑ ha portato anzitutto “informazione”, ha rotto un muro di indifferenza se non di ripulsa, ha spalancato le porte ad una conoscenza diretta. 
La figura stessa di Karol Wojtyla ha provocato emozione e turbamento. «È un uomo santo» hanno esclamato molte persone, che peraltro non nutrivano nessun interesse per la Chiesa cattolica. La sua sosta riverente a Yad Vashern, il suo pellegrinaggio al Muro del pianto hanno scosso e turbato tantissimi ebrei. 
Sono semi per il futuro. Nessuno può ignorare che molto c’è ancora da fare per superare un fossato, scavato da secoli di violenze cristiane contro gli ebrei. 
Adesso, tuttavia, si apre una pagina totalmente nuova. Anche per gli ebrei. Passare dal dialogo alla riconciliazione è la sfida di questo secolo. Notava un cardinale del seguito papale, confidandosi durante il viaggio, che nei discorsi delle più alte autorità israeliane non è mai stato nominato Gesù. Nella sua terra il Verbo è l’Innominato: che paradosso! 
Si può parlare tranquillamente di Maometto o di Budda, discutendo del loro ruolo storico senza per questo accettare la loro religione o filosofia, ma non si può nominare il Nazareno. Con questo scoglio l’ebraismo deve fare i conti, questo scoglio prima o poi va superato proprio se si vuole arrivare a quella fratellanza evocata su labbra ebraiche. È un processo difficile, ma indispensabile per una piena accettazione reciproca (il che non vuol dire né sincretismo né riconoscimento dei dogmi dell’altro). Al di là della guarigione dalle drammatiche ferite provocate dall’antisemitismo si pone oggi il traguardo di una autentica riconciliazione tra i seguaci della Torah e i seguaci del Vangelo. Fratelli diventati nemici. E la riconciliazione, ha ricordato Giovanni Paolo II a Gerusalemme, è sempre un processo in due sensi. 

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