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Martedì, 23 Marzo 2021 16:01

ANDATE DA GIUSEPPE In evidenza

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MONASTERO DELLA VISITAZIONE, TREVISO.

CONFERENZA SU SAN GIUSEPPE. (a cura di Gianfranco Trabuio, pubblicista)

 

CON LA LETTERA APOSTOLICA  “PATRIS CORDE – CON CUORE DI PADRE”, papa Francesco ricorda il 150° anniversario della dichiarazione di San Giuseppe quale Patrono della Chiesa universale. Per l’occasione, dall’8 dicembre 2020 all’8 dicembre 2021 si terrà uno speciale “ANNO DI SAN GIUSEPPE”.

Era il 27 aprile 1865 quando papa Pio IX aderendo alla richiesta del Concilio Vaticano I, coronava San Giuseppe  con il titolo di Patrono della Chiesa universale (cattolica) e accordava per il mese di San Giuseppe (marzo) le stesse indulgenze  concesse per il mese di maggio dedicato alla Madonna. Successivamente l’8 dicembre 1870 papa Pio IX firmava il decreto Quemadmodum Deus (NELLA STESSA MANIERA CHE DIO)  che formalizzava la decisione.

san giseppe patrono della chiesa cattolica

G. Rollini, SAN GIUSEPPE, Basilica del Sacro Cuore, Roma

 

Da pochi è passata la solennità liturgica di S. Giuseppe, penso sia doveroso leggere questo dettato di Maria SS. che (nei testi valtortiani) ci spiega che anche Giuseppe ebbe la sua passione, come Gesù e come lei stessa. Ed è molto facile immaginarsi di che cosa stia parlando la Mamma, pensando a quel famoso giorno quando lui arrivò a Gerusalemme per riportare la sposa a Nazareth (di ritorno dalla sua visita alla cugina Elisabetta) e si accorse che Maria era incinta!

Maria ci svela la Passione di S. Giuseppe

Ma, prima di passare a riflettere sul testo Valtortiano è necessario inquadrare il ruolo di San Giuseppe nella Storia della Salvezza.

Non ha senso disquisire su singoli fatti o singoli personaggi se non si fa uno sforzo di illustrare il significato della Creazione da parte di Dio Padre.

Quando Dio creò il mondo, creò l’uomo e da questo creò la donna, certamente sapeva come sarebbe andata a finire dal momento che dopo aver creato anche gli angeli, una folta schiera di questi guidati da Lucifero si ribellarono pretendendo di essere simili al Dio Creatore.

Da quella separazione da Dio per atto di superbia discende la nostra storia ancora oggi. È dal peccato originale che dobbiamo partire, quando il Creatore profetizza al diavolo tentatore e a Eva e Adamo che avrebbe mandato una donna che avrebbe schiacciato la testa al seduttore e che da questa donna sarebbe nato il Redentore dell’umanità. L’Emmanuele che avrebbe riportato l’umanità nell’alveo della salvezza grazie al suo sacrificio sulla croce.

SAN GIUSEPPE NELLA VALTORTA VOLUME PRIMO, CAP. 25-27 DELLA COLLEZIONE DEI DIECI VOLUMI CHE HANNO COME TITOLO “IL POEMA DELL’UOMO DIO”.

Prima di leggere la rivelazione che la Madonna fa a Maria Valtorta è necessario dare alcune informazioni su questa mistica del secolo scorso.

LA VITA

Nacque in Campania da genitori lombardi. Il padre era ufficiale di cavalleria e la famiglia Valtorta traslocò diverse volte, prima di stabilirsi definitivamente a Viareggio. La condizione familiare piuttosto agiata permise alla giovane Maria di frequentare il prestigioso Collegio "Bianconi" di Monza, dove ricevette un'educazione classica, segnalandosi soprattutto per l'eccellente padronanza della lingua italiana.

Ma, prima ancora della conclusione degli studi, la sua vita fu segnata dai primi scontri con la madre, la quale infranse il suo sogno di sposarsi. Inoltre, nel 1920, subì una aggressione da parte di un sovversivo comunista il quale, sferrando un forte colpo sul fianco con una spranga di ferro, le lesionò la spina dorsale: questo fu l'inizio di un interminabile calvario medico che, nel 1934, la vide infine costretta a letto, semiparalizzata dalla vita in giù.

Nonostante le crescenti difficoltà, Maria Valtorta si dedicò interamente all'approfondimento della fede cristiana cattolica, anche come delegata dell'Azione cattolica, finché glielo permisero le sue forze. La lettura dell'autobiografia di Teresa di Lisieux, Storia di un'anima, fece maturare in lei la decisione di offrirsi come vittima:

« vittima d'Amore prima, per consolare l'Amore divino che non è riamato, e poi anche di Giustizia, per la salvezza delle anime e del mondo. »

maria valtorta

Maria Valtorta

Sopraggiunta la paralisi, pensò di dedicarsi alla scrittura e abbozzò un romanzo a sfondo autobiografico, Il cuore di una donna, che, tuttavia, non condusse mai a termine, in parte per ragioni di obiettiva difficoltà, ma soprattutto perché, nel corso del 1943, la sua vita, che ella credeva ormai prossima alla conclusione, conobbe una svolta radicale.

In quell'anno, ella incontrò un sacerdote servita, padre Romualdo Maria Migliorini, ex-missionario destinato al convento di Viareggio; questi divenne il suo direttore spirituale e le chiese di scrivere la propria autobiografia. Ella, superata l'iniziale riluttanza a rivangare un passato ancora doloroso, obbedì e, nell'arco di pochi mesi, riempì sette quaderni autografi. Profondamente devota a Maria Addolorata, entrò nel Terz'Ordine dei Servi di Maria il 25 marzo 1944, solennità dell'Annunciazione, proprio presso la comunità di Viareggio.

Il secondo e cruciale evento dell'anno si verificò il Venerdì Santo: Maria avrebbe udito una "voce" - che pensò essere la voce di Gesù - la quale la induceva a scrivere, come sotto dettatura. Quel primo "dettato" segnò l'inizio di un'opera monumentale: tra il 1943 e il 1947, con "punte" fino al 1951, Maria vergò di getto, senza rileggere, centoventidue quaderni autografi, che contengono tutte le opere diverse dall'Autobiografia, scritte a episodi, di getto e in contemporanea. Eppure, da quelle condizioni di salute e di lavoro - per di più aggravate dagli eventi bellici, che la videro anche sfollata - nacquero testi corposi e organici.

Ben presto, la presunta "voce" di Gesù - cui, nei "dettati", si aggiunsero via via anche l'Eterno Padre, lo Spirito Santo, Maria Santissima e l'Angelo Custode della scrittrice - indicò come principale la grande opera sul Vangelo, che, una volta completata, avrebbe visto descritta (in una serie di "visioni") e commentata (nei "dettati" che accompagnano i singoli episodi) la vita di Gesù e Maria, dall'Immacolata Concezione fino all'Assunzione.

Padre Migliorini cominciò ben presto a formare copie dattiloscritte di quanto Maria andava scrivendo e anche a farle circolare, sebbene ella e anche questa "voce" fossero contrarie a ualsiasi divulgazione degli scritti prima della morte di Maria stessa. Tale divulgazione, tuttavia - necessariamente frammentaria - attirò l'attenzione del Sant'Uffizio, che ordinò il ritiro di tutti i dattiloscritti in circolazione.

L'intera opera della Valtorta fu comunque sottoposta, per una sua valutazione e giudizio, all'allora pontefice Pio XII (vedi L'Osservatore Romano di venerdì 27 febbraio 1948), il quale dopo averla attentamente consultata diede disposizione di pubblicarla e di leggerla "così come è stata scritta". Questo per evitare che alcuni zelanti chierici potessero in qualche modo censurare alcuni passaggi e capitoli che a loro dire risultavano essere poco edificanti.

Va detto che l'opera ha subito inoltre approfondite analisi da parte di molti eminenti teologi cattolici i quali dichiararono unanimemente che questa era assolutamente conforme alla ortodossia cattolica.

Maria Valtorta inoltre mentre era impegnata nella stesura del suo Evangelo riuscì a riempire una grande quantità di quaderni tanto da poter formare in seguito ben 3 volumi di oltre 400 pagine l'uno il cui contenuto risultava integrativo dell'opera principale. Questi volumi sono titolati rispettivamente Quaderni 1943 / 1944 / 1945-50.

Si pensò allora ad un'edizione a stampa di tutta l'opera principale, ma svariate difficoltà si frapposero alla realizzazione del progetto: soltanto nel 1956 vide la luce il primo di quattro volumi, intitolato Il Poema di Gesù, per i tipi delle Edizioni Pisani. Peraltro, nei volumi successivi, che furono pubblicati con cadenza annuale fino al 1959, il titolo - suggerito dal noto clinico Nicola Pende, firmatario del Manifesto degli scienziati razzisti ed estimatore dell'opera, fu modificato in Il Poema dell'Uomo-Dio, poiché la versione originaria era già stata usata da un'altra casa editrice.

All'indomani della pubblicazione del quarto volume, il 16 dicembre 1959, il Sant'Uffizio condannò l'opera e la iscrisse nell'Indice dei libri proibiti. Il decreto della "Suprema", come di consueto in simili casi, non era motivato; su L'Osservatore Romano del 6 gennaio 1960, esso fu riportato insieme con un articolo di commento, intitolato "Una vita di Gesù malamente romanzata".

Maria Valtorta secondo la testimonianza di Marta Diciotti[Marta Diciotti è stata l'assistente personale che ha accudito, per oltre ventisei anni, la persona di Maria Valtorta]reagì quasi con indifferenza alla notizia della condanna; forse era iniziato quel misterioso processo che la portò, nei suoi ultimi anni, ad estraniarsi dal mondo in misura sempre maggiore.

Morì nella propria casa di Viareggio, il 12 ottobre 1961, e spirò non appena il sacerdote, recitando la preghiera per i moribondi allora in uso, le ebbe rivolto l'invito: "Proficiscere, anima christiana, ex hoc mundo" (Parti, anima cristiana, da questo mondo). Fu sepolta nel cimitero viareggino, ma, nel 1973, la salma fu riesumata e traslata a Firenze, nella Sala Capitolare della Basilica della Santissima Annunziata, il cui celebre affresco dell'Annunciazione, ella aveva molto ammirato in vita.

Di recente, l'Ordine dei Servi di Maria ha tentato di introdurre un processo di beatificazione, ma l'Arcivescovo di Lucca, nella cui Diocesi è morta Maria Valtorta, ha proposto di udire l'Arcivescovo di Firenze - adducendo, tra le altre, ragioni di ordine, per essere il Tribunale diocesano già impegnato in un processo di beatificazione alquanto ponderoso - e l'Arcivescovo di Firenze, una volta designato quale giudice dalla Congregazione per le cause dei Santi, ha negato l'introduzione della causa, forte del parere negativo, pressoché unanime, dei Vescovi toscani; parere le cui ragioni, peraltro, non sono state comunicate al Postulatore.

 

RACCONTO DELLA MADONNA:

«È la vigilia del Giovedì santo. A taluni parrà fuori posto questa visione. Ma il tuo dolore di amante del mio Gesù Cro­cifisso è nel tuo cuore e vi resta anche se una dolce visione si presenta. Essa è come il tepore che si sviluppa da una fiam­ma, che è ancora fuoco ma non è già più fuoco. Il fuoco è la fiamma, non il tepore di essa, che ne è unicamente una deri­vazione. Nessuna visione beatifica o pacifica varrà a toglierti quel dolore dal cuore. E tienilo caro più della tua stessa vita. Perché è il dono più grande che Dio possa concedere ad un credente nel suo Figlio. Inoltre non è la mia, nella sua pace, vi­sione disforme alle ricorrenze di questa settimana.

Anche il mio Giuseppe ha avuto la sua Passione. Ed es­sa è nata in Gerusalemme quando gli apparve il mio stato. Ed essa è durata dei giorni come per Gesù e per me. Né essa fu spiritualmente poco dolorosa. E unicamente per la santità del Giusto che m’era sposo fu contenuta in una forma, che fu tal­mente dignitosa e segreta che è passata nei secoli poco notata.

Oh! la nostra prima Passione! Chi può dirne la intima e silenziosa intensità? Chi il mio dolore nel constatare che il Cie­lo non mi aveva ancora esaudita rivelando a Giuseppe il mistero? Che egli lo ignorasse l’avevo compreso vedendolo meco ri­spettoso come di solito. Se egli avesse saputo che portavo in me il Verbo di Dio, egli avrebbe adorato quel Verbo, chiuso nel mio seno, con atti di venerazione che sono dovuti a Dio e che egli non avrebbe mancato di fare, come io non avrei ricu­sato di ricevere, non per me, ma per Colui che era in me e che io portavo così come l’Arca dell’alleanza portava il codice di pietra e i vasi della manna.

Chi può dire la mia battaglia contro lo scoramento, che vo­leva soverchiarmi per persuadermi che avevo sperato invano nel Signore? Oh! io credo che fu rabbia di Satana! Sentii il dub­bio sorgermi alle spalle e allungare le sue branche gelide per imprigionarmi l’anima e fermarla nel suo orare. Il dubbio che è così pericoloso, letale allo spirito. Letale, perché è il primo agente della malattia mortale che ha nome “disperazione” e al quale si deve reagire con ogni forza, per non perire nell’a­nima e perdere Dio.

Chi può dire con esatta verità il dolore di Giuseppe, i suoi pensieri, il turbamento dei suoi affetti? Come piccola barca pre­sa in gran bufera, egli era in un vortice di opposte idee, in una ridda di riflessioni l’una più mordente e più penosa dell’altra. Era un uomo, in apparenza, tradito dalla sua donna. Vedeva crollare insieme il suo buon nome e la stima del mondo, per lei si sentiva già segnato a dito e compassionato dal paese, ve­deva il suo affetto e la sua stima in me cadere morti davanti all’evidenza di un fatto.

La sua santità qui splende ancor più alta della mia. Ed io ne rendo questa testimonianza con affetto di sposa, perché voglio lo amiate il mio Giuseppe, questo saggio e prudente, que­sto paziente e buono, che non è separato dal mistero della Re­denzione, ma sibbene è ad esso intimamente connesso, perché consumò il dolore per esso e se stesso per esso, salvandovi il Salvatore a costo del suo sacrificio e della sua santità.

Fosse stato men santo, avrebbe agito umanamente, denun­ciandomi come adultera perché fossi lapidata e il figlio del mio peccato perisse con me. Fosse stato men santo, Dio non gli avrebbe concesso la sua luce per guida in tal cimento. Ma Giu­seppe era santo. Il suo spirito puro viveva in Dio. La carità era in lui accesa e forte. E per la carità vi salvò il Salvatore, tanto quando non mi accusò agli anziani, quanto quando, la­sciando tutto con pronta ubbidienza, salvò Gesù in Egitto.

Brevi come numero, ma tremendi di intensità i tre gior­ni della Passione di Giuseppe. E della mia, di questa mia pri­ma passione. Perché io comprendevo il suo soffrire, né potevo sollevarlo in alcun modo per l’ubbidienza al decreto di Dio, che mi aveva detto: “Taci! E quando, giunti a Nazareth, lo vidi andarsene dopo un la­conico saluto, curvo e come invecchiato in poco tempo, né ve­nire a me alla sera come sempre usava, vi dico, figli, che il mio cuore pianse con ben acuto duolo. Chiusa nella mia casa, sola, nella casa dove tutto mi ricordava l’Annuncio e l’Incar­nazione, e dove tutto mi ricordava Giuseppe a me sposato in una illibata verginità, io ho dovuto resistere allo sconforto, alle insinuazioni di Satana e sperare, sperare, sperare. E pregare, pregare, pregare. E perdonare, perdonare, perdonare al sospetto di Giuseppe, al suo sommovimento di giusto sdegno.

Figli, occorre sperare, pregare, perdonare per ottenere che Dio intervenga in nostro favore. Vivete anche voi la vostra pas­sione. Meritata per le vostre colpe. Io vi insegno come supe­rarla e mutarla in gioia. Sperate oltre misura. Pregate senza sfiducia. Perdonate per esser perdonati. Il perdono di Dio sa­rà la pace che desiderate, o figli. Null’altro per ora vi dirò. Sin dopo il trionfo pasquale sa­rà silenzio.  È la Passione. Compassionate il Redentore vostro. Uditene i lamenti e numeratene ferite e lacrime. Ognuna di esse è scesa per voi e per voi fu patita. Ogni altra visione scom­paia davanti a questa che vi ricorda la Redenzione compiuta per voi».

ALTRA RIFLESSIONE.

Una luce sugli avvenimenti dell’incontro tra Maria e Giuseppe, ci viene un po’ anche dagli scritti di  M. Valtorta nelle rivelazioni private che ricevette, in esse si parla del voto di verginità fatto da Maria e che lei rivela a Giuseppe il quale risponde: “Io unirò il mio sacrificio al tuo”. Ascoltiamo un loro dialogo, preso dallo scritto appena menzionato:

“Maria prende il ramo. È commossa e guarda Giuseppe con un viso sempre più sicuro e radioso. Si sente sicura di lui. Quando poi egli dice: “Sono nazareo” (*), il suo volto si fa tutto luminoso ed Ella si fa coraggio: “io pure sono tutta di Dio, Giuseppe. Non so se il Sommo Sacerdote te l’ha detto…” – “Mi ha detto solo che tu sei buona e pura e che hai da dirmi un tuo voto, e d’esser buono con te. Parla, Maria. Il tuo Giuseppe vuole farti felice in ogni tuo desiderio. Non t’amo con la carne. Ti amo con lo spirito mio, santa fanciulla che Dio mi dona!....”  E Maria prosegue:  “Fin dall’infanzia mi sono consacrata al Signore. So che questo non si fa in Israele. Ma io sentivo una voce chiedermi la mia verginità in sacrificio d’amore per l’avvento del Messia. Da tanto l’attende Israele!... non è troppo rinunciare per questo alla gioia d’esser madre!” Giuseppe la guarda fissamente…. E poi le dice: “Ed io unirò il mio sacrificio al tuo e ameremo tanto con la nostra castità l’Eterno, che Egli darà più presto alla terra il Salvatore, permettendoci di vedere la sua Luce splendere nel mondo….” 

*Un nazareo era qualcuno che aveva fatto il voto del nazareato o nazireato, separandosi da altri per consacrarsi a Dio. Secondo Nu 6, il nazareo si asteneva dal vino, non si tagliava i capelli, e non poteva avvicinarsi ad un cadavere. Questo era un voto temporaneo, ma i primi esempi che abbiamo sono di persone consacrate da nazarei per tutta la vita.

«Che cosa chiedere a San Giuseppe?

Il beato Giacinto Cormier, Maestro generale dell’Ordine domenicano, morto nel 1916, raccomandava di chiedere a san Giuseppe la devozione alla Madonna, perché nessuno tra le creature l’ha amata, onorata e servita quanto Lui.
Papa Giovanni fin da ragazzo recitava ogni giorno la preghiera Virginum custos, per chiedere a san Giuseppe la protezione sulla purezza. 
Eccola: 
“O Custode e Padre dei vergini, san Giuseppe, alla cui fedele custodia fu affidata la stessa Innocenza Cristo Gesù e la Vergine delle Vergini Maria; per questo duplice carissimo pegno, Gesù e Maria, ti prego e scongiuro che, preservatomi da ogni impurità, con anima incontaminata, con cuore puro e con casto corpo, mi aiuti a servire sempre nella maniera più casta a Gesù e a Maria. Amen”. 
Come preghiere a San Giuseppe c’è anche quella molto bella di Leone XIII: “ A Te, o beato Giuseppe…”. 
Vi sono anche le Litanie e quelle che passano sotto il nome di Sacro Manto.
Esorto anche a invocarlo tutte le sere prima di addormentarsi dicendo:
“Gesù, Giuseppe e Maria, Vi dono il cuore e l''anima mia;
Gesù, Giuseppe e Maria, assistetemi nell'ultima mia agonia;
Gesù, Giuseppe e Maria, spiri in pace con Voi l'anima mia”».

È l ora di san Giuseppe patrono della Chiesa e della famiglia.

San Giuseppe Icona ridotta

 

(Questa parte proviene da uno scritto di Cristina Siccardi)

Celebrare la festa di san Giuseppe del 19 marzo (i primi furono i monaci benedettini nel 1030, seguiti dai Servi di Maria nel 1324 e dai Francescani nel 1399; venne infine promossa dagli interventi dei papi Sisto IV e Pio V e resa obbligatoria nel 1621 da Gregorio XV) significa rendere onore liturgico al Patrono universale della Chiesa e all’avvocato di ogni famiglia. Oggi più che mai occorre pregare ed implorare la sua intercessione per l’una e per l’altra realtà. Alla Vergine Maria si tributa il culto di iperdulia (al di sopra di tutti i Santi), mentre a san Giuseppe il culto di proto dulia (primo fra tutti i Santi).

Santa Teresa d’Avila affidò sempre a lui la risoluzione dei suoi problemi e dei suoi affanni e mai San Giuseppe la deluse. Lasciò scritto la mistica spagnola: «Ad altri Santi sembra che Dio abbia concesso di soccorrerci in questa o in quell’altra necessità, mentre ho sperimentato che il glorioso san Giuseppe estende il suo patrocinio su tutte. Con ciò il Signore vuol farci intendere che a quel modo che era a lui soggetto in terra, dove egli come padre putativo gli poteva comandare, così anche in cielo fa tutto quello che gli chiede». Perciò, «qualunque grazia si domanda a S. Giuseppe verrà certamente concessa, chi vuol credere faccia la prova affinché si persuada», infatti, «ho visto chiaramente che il suo aiuto fu sempre più grande di quello che avrei potuto sperare» (Vita, VI, 5-8).

Come implorarlo per le necessità? La Chiesa invita a pregarlo, in particolare, praticando la devozione del Sacro Manto di San Giuseppe (risalente al 22 agosto 1882, data in cui l’Arcivescovo di Lanciano, Monsignor Francesco Maria Petrarca, la approvò: orazioni da recitarsi per 30 giorni consecutivi in ricordo dei 30 anni del casto sposo di Maria Santissima a fianco e a tutela di Gesù). Un Manto che molto potrebbe ottenere nell’anno del centenario di Nostra Signora di Fatima, perché, proprio a Fatima, anche san Giuseppe apparve. Era il 13 ottobre 1917, ultima delle apparizioni mariane alla Cova d’Iria.

Pioveva a dirotto. Racconterà suor Lucia: «Arrivati (…) presso il leccio, spinta da un istinto interiore, domandai alla gente che chiudesse gli ombrelli, per recitare la Corona. Poco dopo, vedemmo il riflesso di luce e subito dopo la Madonna sopra il leccio» (Quarta Memoria di Lucia dos Santos, in A.M. Martins S.j., Documentos. Fátima, L.E. Rua Nossa Senhora de Fátima, Porto 1976, p. 349). «Cosa vuole da me?». «Voglio dirti che facciano qui una cappella in Mio onore; che sono la Madonna del Rosario; che continuino sempre a dire la Corona tutti i giorni» (Ivi, pp. 349; 351).

A questo punto Lucia chiese se poteva guarire malati e convertire peccatori, la Madonna disse che non tutti avrebbero ricevuto la grazia: «Devono emendarsi; chiedano perdono dei loro peccati» e, con un aspetto più triste, non «offendano più Dio Nostro Signore, che è già tanto offeso» (Ivi, p. 351). In seguito la Madonna aprì le mani, che emanavano luce, e le fece riflettere e proiettare nel sole. Lucia allora gridò a tutti di guardare l’astro in cielo. Mentre la Madonna si elevava congedandosi, il riflesso della sua luce continuò a proiettarsi nel sole. E accanto al sole apparvero ai veggenti: san Giuseppe, il Bambino Gesù, la Madonna, vestita di bianco, con il manto azzurro. San Giuseppe e il Bambino benedicevano il mondo: la Sacra Famiglia si presentò nel suo splendore celeste per assicurare la protezione in terra. Poi Maria Vergine divenne Addolorata, con aspetto simile alla Madonna del Carmine.

In seguito iniziò il miracolo danzante del sole. Padre premuroso e sollecito, san Giuseppe, a differenza di una certa letteratura modernista che lo tratteggia soltanto come uomo di tenerezza, fu assai forte e coraggioso (si pensi all’aver preso in sposa, contro il suo pubblico onore, la Vergine Maria in attesa di Gesù, oppure alla fuga in Egitto) e fu uomo mistico, visto che in più occasioni gli fu dato il privilegio di conoscere la volontà di Dio attraverso gli angeli. San Giuseppe, che ebbe così alta dignità e così alta responsabilità di capo della Sacra Famiglia, proteggendo la sua sposa e il Figlio di Dio, se invocato dai credenti e, principalmente, dai puri di cuore e, dunque, in grazia di Dio, non abbandonerà la Sposa di Cristo ai peccati e agli errori dei nostri tempi, sia clericali che civili. Ricorrere a lui significa affidarsi al giusto difensore celeste.

Il beato Pio IX, l’8 dicembre del 1870, quando proclamò san Giuseppe patrono della Chiesa universale, disse: «In modo simile a come Dio mise a capo di tutta la terra d’Egitto quel Giuseppe, figlio del patriarca Giacobbe, affinché immagazzinasse frumento per il popolo, così, all’arrivo della pienezza dei tempi, quando stava per mandare sulla terra suo Figlio unigenito Salvatore del mondo, scelse un altro Giuseppe, del quale il primo era stato tipo e figura, che rese padrone e capo della sua casa e del suo possesso e lo scelse come custode dei suoi principali tesori».

Allo stesso modo Leone XIII, nell’enciclica Quamquampluries del 15 agosto 1889, afferma: «è affermata l’opinione, in non pochi Padri della Chiesa, concordando su questo la sacra liturgia, che quell’antico Giuseppe, nato dal patriarca Giacobbe, aveva abbozzato la persona e i destini di questo nostro Giuseppe e aveva mostrato col suo splendore, la grandezza del futuro custode della sacra famiglia». La stessa interpretazione venne espressa da Pio XII quando istituì la festa di san Giuseppe artigiano nel 1955. Possa il paterno discendente del Re Davide infondere nei responsabili terreni della Chiesa e nei genitori un poco del suo virile coraggio proveniente dalla sua indefettibile Fede. 

DAGLI SCRITTI DELLA SERVA DI DIO, LUISA PICCARRETA, APOSTOLA DELLA DIVINA VOLONTÀ.

A Nazaret, Gesù e la Mamma prepararono quanto occorreva per la venuta del Regno della Divina Volontà sulla terra; loro erano il Re e la Regina senza popolo, San Giuseppe il primo ministro di un Regno che ancora non c’era sulla terra:

". . .Onde pensavo tra me, mentre stavo accompagnando il mio dolce Gesù nella stanzetta di Nazareth, per seguire i suoi atti: Il mio amato Gesù con certezza ebbe il regno della sua Volontà nella sua vita nascosta, perché [se] la Sovrana Signo­ra possedeva il suo "FIAT", Lui era la stessa Volontà Divina. San Giuseppe in mezzo a questi mari di luce interminabile, come poteva non farsi dominare da questa Santissima Volon­tà?

Ma mentre ciò pensavo, il mio Sommo Bene Gesù, sospi­rando di dolore nel mio interno, mi ha detto: "Figlia mia, certo che in questa casa di Nazareth regnava la mia Volontà Divi­na «come in Cielo così in terra». Io e la mia Mamma Celeste non conoscevamo altra volontà, San Giuseppe viveva ai ri­flessi della nostra, ma Io ero come un Re senza popolo, isola­to, senza corteggio, senza esercito, e la mia Mamma come Regina senza prole, perché non era circondata da altri figli degni di Lei, a cui poter affidare la sua corona di Regina per avere la stirpe dei suoi nobili figli, tutti re e regine. Ed Io a­vevo il dolore di essere Re senza popolo, e se popolo si può chiamare quello che mi circondava, era un popolo malato, chi cieco, chi muto, chi sordo, chi zoppo, chi coperto di pia­ghe; era un popolo che mi faceva disonore, non onore, anzi neppure mi conosceva, né voleva conoscermi. Sicché ero Re per Me solo e la mia Mamma era Regina senza la lunga ge­nerazione della stirpe dei suoi figli regali. Invece, per poter dire che avevo il mio regno e governare, dovevo avere i mini­stri, e sebbene ebbi San Giuseppe come primo ministro, un solo ministro tuttavia non costituisce ministero; dovevo avere un grande esercito, tutto intento a combattere per difendere i diritti del regno della mia Volontà Divina, e un popolo fedele che avesse solo per legge la legge della mia Volontà. Ciò non era, figlia mia; perciò non posso dire che col venire sulla terra per allora ebbi il regno del mio «Fiat». Perciò il nostro regno fu per noi soli, perché non fu ripristinato l'ordine della Creazione, la regalità dell'uomo, ma col vivere Io e la Madre Celeste [in] tutto di Volontà Divina, fu gettato il seme, fu formato il lievito per fare spuntare e crescere il nostro regno sulla terra. Quindi furono fatti tutti i preparativi, impetrate tutte le grazie, sofferte tutte le pene, perché il regno del mio Volere venisse a regnare sulla terra. Onde Nazareth si può chiamare il punto di richiamo del Regno della nostra Volon­tà."(Vol. 24°, 7-7-1928)

Seguiamo infine Luisa che, nella preghiera di Consacra­zione alla Divina Volontà, dice:

"San Giuseppe, tu sarai il mio protettore,
il custode del mio cuore, e terrai le chiavi del mio volere
nelle tue mani. Custodirai il mio cuore con gelosia
e non me lo darai mai più, affinché io sia sicuro
di non fare nessuna uscita dalla Volontà di Dio".

Amen!

Mi pare bello concludere questa rassegna su San Giuseppe illustrando una foto realizzata domenica 21 marzo nella chiesa parrocchiale di Olmo-Martellago. Il motivo è che la Parrocchia di Olmo con la sua chiesa è stata dedicata all'Annunciazione del Signore, ricorrenza liturgica che viene celebrata il 25 marzo e quest'anno vista la proclamazione dell'anno Giuseppino il parroco si è deciso a porre in bella evidenza le due statue di San Giuseppe e della Beata Vergine Maria sua sposa.

SAN GIUSEPPE A OLMO

Ecco la bella immagine del presbiterio con le statue di San Giuseppe e della Madonna e sullo sfondo la grande rappresentazione della Divina Misericordia come l'originale del pittore polacco Eugeniusz Kazimirowski che è stata posata durante il Giubileo della Misericordia nel 2016. Dal 2011 è attivo in parrocchia un gruppo di devozione alla Divina Misericordia che si ritrova da 10 anni tutti i lunedì sera alle 20.30. Più che un gruppo di preghiera è una scuola di preghiera e io ne sono il responsabile.

Letto 56 volte Ultima modifica il Lunedì, 19 Aprile 2021 15:44

2 commenti

  • Link al commento aldo gasparoni Mercoledì, 24 Marzo 2021 15:47 inviato da aldo gasparoni

    Cosa commentyare a uno scritto così completo sotto tutti gli aspetti. E' nutrimento per il cuore e la mente e soprattutto ti fa meditare e ti mette anche in crisi.
    Grazie Gianfranco perm tutto quello che scrivi.

  • Link al commento Pino Toniolo Martedì, 23 Marzo 2021 20:46 inviato da Pino Toniolo

    Grazie carissimo Gianfranco.
    Hai steso una memoria chiara e bella che esalta la grande figura di San Giuseppe.
    E' sempre un piacere leggere le tue meditazioni/relazioni.
    Grazie ancora e arrivederci.
    Agostino Pino (diminutivo di Giuseppe, in quanto sono stato battezzato il 19 marzo 1939) Toniolo - Animatore Unitalsi

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